Pensieri virali 7

La crisi che viviamo, per ironia della sorte scaturita da una malattia, assomiglia proprio al decorso tipico di questa: assorbiti dalla routine quotidiana che drena le nostre migliori energie, all’inizio nemmeno ne riconosciamo i sintomi; poi, con il loro progredire, tendiamo a rifiutarli e ci irrigidiamo, solo per continuare a lavorare e condurre l’esistenza di sempre, fino a quando, ormai debilitati e impossibilitati a proseguire, non riusciamo più a rimandare la presa di coscienza e cediamo di schianto al lungo riposo forzato.

La nostra complessa società sta seguendo una logica simile. All’inizio i sintomi non sono stati tenuti in debita considerazione: si riteneva erroneamente che il focolaio non si sarebbe mosso dalla Cina, perché applicavamo categorie mentali superate ignorando che in un mondo iperconnesso il virus potesse prendere l’aereo e propagarsi in tutto il Pianeta. Poi sono arrivati segnali più forti e il morbo ci ha raggiunti, ma invece di fermare tutte le attività produttive abbiamo continuato come se niente fosse, illudendoci di potere arginare retroattivamente l’epidemia con l’istituzione di alcune zone rosse. Infine abbiamo dovuto riconoscere che la malattia, essendosi già ampiamente diffusa quasi ovunque, avrebbe seguito ineluttabilmente il proprio corso, imponendo ad ogni attività umana una sosta a tempo indeterminato.

Il modo di vivere che caratterizza una modernità colpevole di aver rotto gli equilibri naturali favorendo così la diffusione della nuova patologia, è adesso investito da un cambiamento di enorme portata; tuttavia è lecito aspettarsi una tenacissima resistenza in senso opposto da parte di tutti i settori, a partire naturalmente da quello economico. Le gigantesche iniezioni di denaro annunciate dagli organismi istituzionali, a tutela dell’apparato produttivo su cui si regge il nostro dispendioso stile di vita, rappresentano una reazione il cui unico scopo è scongiurare il crollo imminente e riportare tutto allo stato antecedente alla pandemia. E’, questa, la reazione più logica, ma anche la più prevedibile e la meno lungimirante, perché si limita ad un’analisi del contingente. Escludendo per principio una messa in discussione dei concetti fondamentali su cui si regge il sistema, la possente manovra economica potrà dispiegare i propri prorompenti effetti solo nell’immediato, al pari di certi potenti farmaci che all’inizio inibiscono i sintomi più gravi e lasciano sperare in un pronto recupero del moribondo, ma che in realtà non lo guariscono affatto, non disponendo del potere di modificare radicalmente un quadro clinico ormai compromesso.

Il nostro grande problema, in effetti, si pone su un livello analogo: il coronavirus sta mettendo in crisi un organismo economico già molto fragile e provato, non a causa di una crescita asfittica dei consumi e della produzione, come viene falsamente raccontato, ma perché modellato attorno all’idea stravagante e irrealistica di una crescita illimitata, che non contempla la possibilità che questa possa interrompersi per un valido motivo e per un periodo di tempo abbastanza lungo. Tuttavia è proprio quello che sta accadendo. Il microscopico agente patogeno ha il merito, dunque, di portare allo scoperto una macroscopica verità da sempre ignorata, di richiamare l’attenzione sul pilastro tutt’altro che solido su cui abbiamo edificato il mondo in cui viviamo: e cioè che l’illimitatezza delle risorse naturali sia un assunto che poteva apparire fondato agli albori della Rivoluzione Industriale, quando la Terra era percepita come molto vasta, ma che a distanza di due secoli e mezzo sappiamo ormai essere del tutto errato. Continuare ad ignorare questo dato di fatto è da pazzi suicidi.

Pubblicato in altro, ambiente, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Pensieri virali 6

La monocoltura agricola, così vulnerabile alla diffusione di malattie e parassiti perché priva dell’equilibrio garantito dalla biodiversità, è lo specchio della monocoltura del profitto di cui l’essere umano moderno è totalmente schiavo. Quest’ultima è probabilmente la più miope di tutte le culture, la più alienata e allucinata, se consideriamo che pur essendo lanciati verso la catastrofe climatica (anticipata da quella sociale), nutriamo allo stesso tempo l’errata convinzione di procedere sui binari diretti ad un futuro di prosperità e sviluppo illimitati. Avanziamo a velocità crescente lavorando come matti, spostandoci da un capo all’altro del mondo per affari o per piacere, consumando ed ostentando per non sentirci inferiori a nessuno e aderire acriticamente al modello imperante, ma non siamo capaci di scorgere il profondo baratro che ci attende all’orizzonte, pronto ad annientarci. Siamo inariditi nello spirito e nella mente dalla monocoltura materiale, confusi dall’eccesso di stimoli sensoriali artificiali, mentalmente saturi dal flusso incessante di informazioni (non a caso chiamato “mainstream”) che non concede pause per riflettere (e siamo talmente intontiti da non capire neppure che è necessario prendersele, queste benedette pause). Ci sentiamo impotenti (ma spesso non ce ne accorgiamo neppure) perché la nostra individualità, o specificità, non viene più riconosciuta, non trova più riscontro in una società resa omogenea in cui “tutti sono utili, nessuno è indispensabile” (la sintesi perfetta della catena di montaggio, dove l’ingranaggio rotto viene sostituito e si continua come se nulla fosse accaduto). Non siamo più in grado di ascoltare e comprendere il grido di allarme che viene dal profondo, ci adeguiamo, chiniamo la testa e ripetiamo quotidianamente gli stessi gesti del giorno precedente, e di quelli prima, assuefatti alla formula del “così fan tutti, quindi sarà giusto”. Siamo diventati come Lemmings suicidi, che si immolano gettandosi nel dirupo solo perché chi precedeva nella fila ha fatto lo stesso. Questa cultura del profitto, figlia di quella meccanicistica e riduzionistica ottocentesca, che si accontenta di descrivere la complessità dei fenomeni ricorrendo alla metafora della macchina, fatta di leve e comandi, di rigidi schemi di causa ed effetto, di separazione e di compartimentazione (e l’odierna, eccessiva specializzazione delle mansioni non è altro che il prodotto della divisione dei compiti nella catena di montaggio), ha ristretto la sfera dell’esperienza umana, ha delegittimato tutto ciò che sta al di fuori dell’organizzazione che ci siamo dati e quindi ha brutalmente sacrificato le nostre potenzialità, comprimendole e dirigendole nell’unica direzione prevista: quella della produzione, del consumo e del guadagno. Ci ha trasformato in locomotive sbuffanti, in cui l’altissima pressione generata da aspettative gonfiate (e puntualmente disilluse) e dalle frustrazioni (la vera spinta propulsiva dell’individuo moderno, costretto a desiderare sempre di più per riempire voragini interiori crescenti e trainato a velocità folle lungo un binario morto), imprime il necessario movimento alle bielle, utile per continuare a produrre e consumare fino alla morte. I motivi per cui questa sopraggiunge, poi, non sono davvero importanti, fanno statistica e alimentano dibattiti, ma nella società del “tutti sono utili, nessuno è indispensabile” restano comunque subordinati all’unico, vero fine: il progresso materiale illimitato perseguito attraverso la crescita infinita della produzione e del profitto.

Occorre superare immediatamente questa “mappa” concettuale, ampliare l’orizzonte reso ristretto da una società trasformata in catena di montaggio e compartimenti stagni, svincolarsi a qualunque prezzo, e ristabilire relazioni fra elementi che non esistono di per sé, ma solo se connessi gli uni agli altri. Recuperiamo quindi la nostra biodiversità prima che sia troppo tardi.

Pubblicato in altro, ambiente, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Pensieri virali 5

E’ possibile, o forse perfino certo, che la causa della diffusione del coronavirus sia imputabile alla rottura dell’equilibrio naturale provocata dalle attività umane. Un equilibrio si regge su un insieme di forze opposte, di pesi e contrappesi, che si bilanciano in modo che nessun elemento riesca a prevalere sugli altri. Quando in agricoltura si distrugge la biodiversità e si applica la monocoltura, le piante residue sono più esposte alle malattie e all’attacco dei parassiti. Si cerca allora di compensare al danno, consistente nella maggiore vulnerabilità, con l’apporto di sostanze chimiche, al fine di preservare almeno la quantità del raccolto, anche a discapito della qualità. In maniera analoga qualcosa di molto simile è avvenuto su scala planetaria, sempre per opera nostra. Nel giro di un paio di generazioni abbiamo rimodellato così profondamente l’ambiente naturale, riducendone la biodiversità, da compromettere forse irreparabilmente un equilibrio che ha impiegato milioni di anni per costituirsi; una delle conseguenze è che agenti patogeni, un tempo confinati ad aree geografiche ristrette, sono adesso più liberi di diffondersi, non incontrando più i medesimi ostacoli di prima. Quando si insiste troppo su un’idea, senza curarsi degli avvisi lanciati dagli scienziati e dei segnali di pericolo via via più frequenti, arriva sempre il momento dell’amaro risveglio, e nella realtà il tasto “annulla”, con cui tornare al punto di partenza senza pagare le conseguenze degli errori, non esiste. Dunque è inutile piangere sul latte versato, ma bisogna tentare di porre rimedio al danno attraverso un approccio differente da quello che ha generato il problema.

Pubblicato in altro, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Pensieri virali 4

Il coronavirus è l’antivirus della cattiva economia.

Che non si dia la colpa del possibile collasso sanitario agli ultimi arrivati, agli immigrati per intenderci. Gli ospedali sono stati chiusi o depotenziati, assieme ad altri apparati pubblici e a servizi di grande importanza quali scuole, università, centri di ricerca, aziende di trasporto collettivo di massa, di manutenzione delle strade e dei viadotti e molto altro, in seguito a deliberate scelte politiche, attuate sotto l’influenza del sistema neoliberista in cui viviamo. A partire dai primi anni Ottanta, infatti, ha preso piede una corrente di pensiero secondo cui il mercato deve essere lasciato libero di agire in modo indisturbato, senza regole né interventi statali; secondo la visione allucinata, ma purtroppo ampiamente condivisa, degli economisti neoliberisti, è la “mano invisibile” a guidarlo per il bene di tutti, è sufficiente non ostacolarne l’azione.

Figure pubbliche di primissimo piano, quali Margareth Tatcher e Donald Regan, promossero quarant’anni fa il nuovo corso favorendone il rapido radicamento nelle coscienze. Nei decenni che seguirono si provvide allo smantellamento dello Stato sociale, grazie ad un disegno politico che ne ha modificato gli assetti dall’interno, un passo alla volta. I fondi destinati ad alimentare il funzionamento degli organismi pubblici, figli di una visione sociale ed egualitaria del ruolo dello Stato, sono stati dirottati verso ambiti più lucrosi. Il risultato è che l’ultima parola, oggi, ce l’hanno i mercati, liberi di agire in un contesto globalizzato che, privo di una governance unica, si è trasformato in una terra di nessuno dove tutto è permesso, in una continua riproposizione degli scenari predatori che condussero secoli addietro alle colonizzazioni e alla conquista del continente americano.

Le possibilità offerte dalla globalizzazione economica sono state presentate come opportunità per guadagni crescenti. Le aziende ne hanno approfittato, delocalizzando la produzione nelle cosiddette economie emergenti, in modo da sfruttare la manodopera a basso costo e basse tutele disponibile in abbondanza. In pochi decenni si è pertanto creata una rete planetaria in cui un prodotto può essere assemblato non più con componenti realizzate dall’industria locale, ma con pezzi provenienti da aree geograficamente distanti,nonostante l’enorme dispendio energetico e gli incalcolabili danni ambientali derivanti dall’uso smodato dei combustibili fossili. La finanza e l’abbattimento dei costi del lavoro e delle materie prime hanno dunque alimentato un sistema insostenibile ma economicamente vantaggioso per le multinazionali.

Oggi la fragilità di questa enorme macchina appare in tutta la sua prorompente evidenza, sia a livello mondiale che nazionale. L’immensa e complessa sovrastruttura produttiva e commerciale si infetta con la stessa velocità con cui si propaga il coronavirus, ma nel caso della prima la quarantena accelera la fine dell’organismo ospite. Poiché tutto è collegato, basta che un anello della catena si spezzi per bloccare un’intera filiera distributiva, riproducendo un effetto domino su scala maggiore. A livello nazionale, il depotenziamento operato ai danni dei settori pubblici, il cui scopo è fornire alle società democratiche servizi fondamentali senza dover sottostare alle regole intransigenti del mercato (vincoli di bilancio, tagli alla spesa, competitività esasperata, ecc.), è dunque il presupposto alla probabile crisi sanitaria di questi giorni.

Pubblicato in altro, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Pensieri virali 3

Un problema è quel dannato bisogno di certezza, che nasconde in realtà l’incapacità infantile di accettare l’incertezza. Spesso si oscilla fra due estremi, ansia e paranoia da un lato, granitica e ottusa sicurezza dall’altro. I mass media hanno dato prova di questa schizofrenia, specialmente nelle prime settimane dopo l’inizio del contagio. Siamo a lungo stati cullati dalla stabilità di una società ricca e relativamente sicura, da una tecnologia sempre più sofisticata che ci ha fornito l’illusione dell’esattezza dei processi e delle informazioni. Ma la certezza assoluta non esiste, se non in determinati, e limitati, contesti, che si verificano in presenza di una serie di condizioni favorevoli: la nostra società si è sviluppata in un periodo di pace e in un contesto ambientale ottimale, con pochi sconvolgimenti, nessuno dei quali in grado di incrinare la rassicurante routine quotidiana. Adesso è diverso, siamo di fronte ad un virus nuovo di cui si conosce poco e per il quale ci vorrà del tempo prima di disporre di un vaccino e cure specifiche. Inutile quindi speculare sul numero potenziale di infetti, di morti e sull’età degli stessi. Bisogna tornare a valutare l’incertezza, a non rifiutarla per la paura ma anzi ad allearsi con essa, a non desiderare invano di rimuoverla del tutto, accettando anche il fatto che, in sua presenza, le precauzioni non sono mai abbastanza. Riscopriamo dunque la moderazione, la prudenza e la pazienza, virtù che siamo stati abituati a trascurare perché eravamo impegnati a produrre, a consumare e a distrarci a tutti i costi, attitudini che ci hanno fatto perdere il contatto con la realtà, che non è né brutta né bella.

Pubblicato in altro, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Pensieri virali 2

Scenari inediti nelle nostre esistenze. Ma ci avete pensato? Ci attende almeno un mese di disintossicazione forzata: niente lavoro, traffico, supermercati e scadenze. Niente ritmi martellanti e innaturali che scandiscono le nostre giornate. Il vortice che ci ha risucchiato per decenni non è del tutto spento, ma ha perso velocità e vigore; il mondo sta frenando per la prima volta da almeno cinquant’anni e questo significa che le catene che ci tengono prigionieri si stanno allentando. Mentre fuori incombe il coprifuoco, noi non siamo mai stati potenzialmente così liberi.
All’inizio sarà doloroso e i crampi dovuti all’astinenza ci spingeranno a cercare del metadone: ci tormenteremo preoccupati e ansiosi, desiderando ancora un ultimo, piccolo assaggio della nostra solita vita: la macchina da portare dal meccanico (“ah, ma il meccanico è chiuso!”), il lavoro ripetitivo in ufficio, la spesa settimanale, la partita di calcio, di tennis e la gita in bicicletta. Saremo costretti ad annullare la crociera in Marocco nel grande condominio galleggiante ed il volo low cost per Londra dove trascorrere un weekend di illusoria lontananza dall’opprimente routine.
Poi, però, piano piano e quasi senza accorgercene, entreremo in contatto con dimensioni sconosciute o dimenticate: interessi trascurati e rimandati ad oltranza rifaranno capolino nel nostro orizzonte, pronti per essere riacciuffati o scoperti da zero. Gli spazi si allargheranno, finalmente sgombri di persone e di automobili e potremo ammirarne la bellezza prima nascosta. Godremo di lussi gratuiti e a chilometro zero, come l’aria finalmente pulita, meravigliandoci della ritrovata nitidezza dei colori. Ascolteremo il respiro del Pianeta, assaporando la gentile e profumata brezza primaverile. Ci dedicheremo a poche azioni svolte senza fretta e saremo costretti ad ammettere che ci riescono pure bene, avendo il tempo di contemplare con calma il nostro operato. E allora comprenderemo di meritare più considerazione da parte di noi stessi e dalla vita, e che vale la pena approfondire la conoscenza di certe abilità – davvero niente male, queste! – che possediamo: i nostri talenti. Niente potrà distoglierci da questo progetto rivoluzionario perché i nostri oppressori sono distratti ed il vortice se ne è andato in vacanza: ci rimarrà un bel po’, accettiamolo. Ma d’altronde è vecchio, incattivito ed obsoleto. Quando eravamo risucchiati nella sua spirale non riuscivamo a capire quanto fosse avvelenato, ma adesso, da fuori, si vede chiaramente.
Potremo passeggiare senza meta concedendoci tutto il tempo necessario, oppure dedicarci alla lettura, al giardinaggio, a suonare uno strumento e a mille altre attività. Attenzione però: tutto questo ci provocherà un nuovo, sottile dolore, quello provocato dalla gioia di avvertire nuovamente scorrere dentro le nostre arterie la vita autentica, dopo tanto inaridimento. E non potremo più tornare quelli di prima, né questo ci apparirà desiderabile.

Pubblicato in altro, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Pensieri virali 1

Ormai dovrebbe essere chiaro che il fenomeno a cui stiamo assistendo non ha precedenti nelle nostre vite. Se per contenere il contagio è assolutamente necessario restarsene a casa, altrettanto importante è riflettere sul significato di quanto sta accadendo. Bene è preoccuparsi della salute propria e altrui, ma arriverà il momento in cui la vita riprenderà. Molto probabilmente, però, lo farà su binari diversi da quelli a cui siamo abituati, per alcuni motivi, fra cui quelli economici, ma non solo: in questi giorni stiamo riscoprendo qualcosa che, normalmente, tendiamo a rifiutare e rimuovere: la consapevolezza della nostra vulnerabilità, che ci riguarda nel privato come nel pubblico e partendo dall’individuo si espande fino a comprendere l’intera società. E a proposito di questa, non se ne è mai vista una tanto superba e ignara dei propri limiti come quella moderna. E’ un duro risveglio scoprirsi fragili, spaventati, poco organizzati, impreparati a fronteggiare fenomeni che abbiamo sempre e soltanto considerato altamente improbabili e confinati nel Terzo Mondo. Con l’aggravante che il sistema in cui viviamo, reggendosi su un’economia fortemente interconnessa in continua e necessaria espansione, è poco resiliente e non contempla la possibilità di uno stop forzato delle attività produttive e degli scambi. Le crisi petrolifere degli anni Settanta ci hanno ammonito sulla perniciosa dipendenza dalle fonti fossili; la grande crisi scoppiata sul finire del primo decennio del nuovo millennio ci avrebbe dovuto allarmare sui rischi della finanza; la crisi ambientale in rapido approfondimento, a cui non possiamo ormai più sfuggire, è la prova dell’impossibilità di una crescita perpetua all’interno di un sistema limitato di risorse come la Terra. Eppure noi, è proprio il caso di dirlo, abbiamo fatto orecchie da mercanti.
Adesso il coronavirus ci insegna che la ricerca ossessiva del profitto, a seguito della quale le merci hanno acquisito la libertà di circolare da una parte all’altra del globo dopo essere state prodotte a costi molto bassi nelle nazioni più povere, è un’idea tanto folle e dissennata quanto insostenibile, perché basta che un anello della catena si spezzi per mandare in tilt l’intera sistema economico mondiale. Tutto ormai è interconnesso e, sfortunatamente per noi, molti sono gli anelli deboli, oggi, destinati ad una rottura parziale o completa.

Pubblicato in altro, libertà | Contrassegnato | Lascia un commento

Un Green New Deal globale, Jeremy Rifkin

Ieri sera ho finito di leggere l’ultimo libro di Jeremy Rifkin, “Un Green New Deal globale”. Non si è trattato di una lettura casuale nè questa è stata esclusivamente motivata dal mio interesse nei confronti dei cambiamenti climatici, la più grossa sfida che attende l’umanità. Mi sono avvicinato a quest’opera perché, negli ultimi mesi, l’espressione “Green New Deal” mi ha raggiunto più volte e con frequenza crescente. La lettura de “Il mondo in fiamme” di Naomi Klein (“No logo”, “Shock economy”, “Una rivoluzione ci salverà”, ecc.), in cui per la prima volta si accennava al concetto, ha attirato inizialmente la mia attenzione, già desta per via dell’ennesima estate rovente con temperature superiori al normale. Non avendo trovato conferma in altri contesti all’idea illustrata dalla studiosa e giornalista americana, ho pensato che si trattasse di una prospettiva ancora in fase embrionale, una dichiarazione di intenti e poco altro. Negli ultimi mesi, tuttavia, sui mezzi di comunicazione il termine ha iniziato a comparire sempre più spesso ed è stato pronunciato perfino del premier italiano Giuseppe Conte; risale a pochi giorni fa, infine, la dichiarazione di un importante piano europeo di investimenti pubblici per trasformare l’intera infrastruttura produttiva in un sistema ed emissioni zero. Quindi sono corso in libreria ed ho afferrato dallo scaffale una delle ultime copie rimaste del libro, per apprendere qualcosa in più su un progetto che, dopo una lunga fase di incubazione svoltasi al riparo dai riflettori, sta iniziando a muovere i primi passi in superficie.

Al di là della propaganda, delle facili esultanze e degli opposti inviti a non cantare vittoria troppo presto, continuo a sorprendermi di come le buone idee, se promosse e sostenute da un paziente lavoro affrontato con costanza, riescano a trovare comunque spazio e considerazione anche nell’assai criticato ambito politico; probabilmente, da italiano, neanche io sono immune da un certo disfattismo e dalla tendenza a esprimere giudizi troppo categorici e affrettati. Affermo questo perché, sebbene il sistema in cui viviamo contenga delle aree che solo eufemisticamente si possono definire “grigie”, è anche vero che in giro è pieno di cervelli ben funzionanti che occupano incarichi a vari livelli e che sono perfettamente in grado di comprendere la necessità di un cambio di rotta urgente verso un rapido processo di decarbonizzazione dell’economia e del sistema dei trasporti.

Tra i pilastri umani su cui si regge il Green New Deal compare proprio Jeremy Rifkin, economista e sociologo statunitense che ha dedicato la carriera allo studio del “rapporto fra l’evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico, l’ambiente e la cultura”, come si legge nel risvolto di copertina, e che da sempre si pone il problema della limitatezza delle risorse fisiche della biosfera e del superamento dei limiti del Pianeta. Attraverso un lavoro di consulenza decennale che gli ha permesso di entrare in contatto con i vertici europei, cinesi e statunitensi, è riuscito a piantare il seme di un’idea nuova, quella di una Terza Rivoluzione Industriale ad emissioni climalteranti quasi nulle, basata su concetti quali la produzione decentralizzata di energia a partire dal fonti rinnovabili come il solare e l’eolico, l’uso delle tecnologie di comunicazione più avanzate per gestire efficientemente l’infrastruttura energetica distribuita, un’idea nuova di mobilità che, grazie alla condivisione, superi l’anacronistico – e insostenibilmente dispendioso – concetto di proprietà privata dei mezzi, e molto altro. La sua proposta risulta tanto più convincente quanto più riesce nell’intento di illustrare gli innegabili vantaggi, per il futuro dell’umanità, di un nuovo sistema economico e logistico finalmente svincolato dalle fonti fossili che, traendo il massimo vantaggio dallo stato dell’arte delle conoscenze scientifiche e della tecnologia di cui disponiamo, possa regarlarci un futuro di nuova prosperità, contrapposto alla tetra, ma realistica, prospettiva di un declino irreversibile della civiltà causato dal progressivo degradarsi delle condizioni ambientali.

Naturalmente all’interno del Green New Deal non c’è più spazio per lo spreco dei materiali e dell’energia, per le guerre scoppiate in nome dell’accaparramento delle risorse, per i sussidi miliardari elargiti con generosità all’industria petrolifera, per le operazioni finanziarie e gli investimenti con cui una fascia sempre più esigua di persone continua ad arricchirsi a discapito della salute e del benessere della restante umanità; non c’è quindi più spazio per la sperequazione, che ha raggiunto ormai dimensioni vergognosamente grottesche, e neanche per la brutta mentalità del neoliberismo che erode il ruolo del pubblico e ci obbliga a competere in una guerra all’ultimo sangue fra noi tutti. Finalmente non dovremo più ascoltare “anziani pieni di senso pratico, induriti, addirittura cinici, dire che un Green New Deal è irrealistico, una fantasia, e che la vita è un gioco a somma zero”, in cui l’eccessiva ricchezza di qualcuno implica la miseria di qualcun altro. Il Green New Deal è un cambio di mentalità, una transizione verso una confortevole parsimonia attuabile attigendo a tutte le nostre migliori risorse intellettuali, scientifiche e tecnologiche; non è pertanto il ritorno all’età della pietra o a tempi bucolici mai esistiti, è invece innanzitutto un cambio di prospettiva, con cui si segnerà il passaggio deall’Era dello Sviluppo e della crescita infinita alimentata dai combustibili fossili a quello della Resilienza e di un’economia più democratica, intelligente e rispettosa dei cicli naturali. E’ il primo e migliore progetto organico, non semplicistico, accorto e realistico di cui io sia a conoscenza e che può davvero traghettare la nostra complessa società planetaria verso un futuro che valga la pena di essere vissuto. La sua affermazione incontrerà opposizione, ostacoli e nemici, ma a suo favore giocheranno fattori ancora più potenti, quali l’ascesa delle fonti rinnovabili che metteranno fuori gioco l’industria estrattiva, il rapido evolversi in negativo della questione climatica e ambientale e la conseguente genesi di una nuova coscienza che ci unisca tutti sulla base di un obiettivo comune.

Pubblicato in altro, ambiente | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Ricetta per la fuffa all’italiana

Ingredienti (pochi ma buoni):
– una Situazione di Partenza Pietosa: 39 milioni di automobili per le strade, un sacco di linee ferroviarie dismesse, rete ferroviaria scadente e assente in almeno un terzo del Paese
– Ignoranza Diffusa dalla base della piramide sociale alla vetta (eh sì), necessaria a far sì che ogni cazzata acquisti lo status di verità senza sforzo, basta ripeterla un numero sufficiente volte, come un mantra
– una Immensa Faccia di Bronzo nel dichiarare il falso rimanendo seri mentre si affermano castronerie (ci vuole allenamento ma abbiamo ottimi maestri)
– Cinismo ad libitum (del tipo dolceamaro mi raccomando, un po’ ironico e un po’ feroce, quello che piace agli italiani)
– Balle in quantità (costano poco e riempiono lo stomaco, anche se sono piene di grassi saturi)
Preparazione (metodo semplice e sempre efficace):
– raccogliere con ambo le mani il Cinismo e mescolarlo alle Balle finché non si otterrà una crema. Rimanere seri durante tutta l’operazione per eliminare eventuali grumi
– distribuirlo sulla Situazione di Partenza Pietosa, facendo attenzione a non lasciare buchi, in modo che questa cambi totalmente aspetto (basta che cambi dall’alto, per la polvere sotto c’è sempre il tappeto).
– opzionale: ci si può servire di ingredienti aggiuntivi per cammuff… ops per impreziosire e ornare: i grafici a torta e le percentuali vanno benissimo. Manipolarle molto bene fino ad adattarle alla superficie della Situazione di Partenza Pietosa
– continuare a mantenere un’espressione seria, anche un po’ contrita, per tutta la durata del processo
– mettere in forno a 180°C per 2 ore, controllando che la Situazione di Partenza Pietosa non si bruci. Se dovesse accadere, sentirete odore di merda in cucina. Non temete, aggiungete balle e grafici in quantità fino a quando l’odore non scompare.
– Per tutta la durata della cottura ci si può esercitare a dire Balle clamorose totalmente disconnesse dalla realtà mantenendo una espressione seria, contrita ma con gli occhi lucidi di speranza. Un tocco di commozione ed emozione sarebbe un must
– quando il profumo di rosa selvatica invaderà la cucina, tirate fuori dal forno, impacchettate e partite per il Parlamento Europeo, dove farete assaggiare agli altri cuochi il vostro “dolce”, che presenterete facendo attenzione a mantenere per tutta la durata della performance l’espressione su cui vi siete così bene esercitati
– non abbiate paura di sparare cifre ridicole spacciandole per grandi risultati (come, ad esempio, ridurre di 400.000 unità il numero di auto in circolazione, una miseria rispetto a quelle che saturano le strade d’Italia, in soli 3 anni con la vostra rete ferroviaria da terzo mondo che cade a pezzi), perché a quel punto l’Ignoranza Diffusa, che avete tenuto come ingrediente finale a parte, renderà il vostro piatto molto saporito e gustoso e tutti i mass media ne parleranno in preda all’estasi
BUON APPETITO!

“Treno contro auto, la più classica delle sfide di mobilità entra in una nuova era. Per la prima volta infatti Fs mette nero su bianco le prospettive di questa “lotta”: “Contiamo di ridurre di 400 mila unità le auto in circolazione sulle strade entro il 2023”.

Questa la dichiarazione dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, prima di intervenire al convegno organizzato da Confindustria Avellino con il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, e il leader degli industriali italiani, Vincenzo Boccia.

“Siamo la modalità di trasporto ecosostenibile per eccellenza – sottolinea riferendosi alla dichiarazione di emergenza climatica del Parlamento Europe con la risoluzione votata ieri che impegna gli Stati Ue a investire in trasporto sostenibile – il piano di investimenti di Fs aiuterà certamente la sostenibilità ambientale del Paese”.”

Pubblicato in altro | Contrassegnato , | Lascia un commento

Perdere la Terra. Recen-sfogo.

Sapevamo tutto, negli anni Settanta. Io sarei nato di lì a poco, negli Ottanta. Quelli della grande sbornia, della Milano da bere, del Lupo di Wall Street, della guerra interminabile fra l’Iran e l’Iraq e di un sacco di altre cose. Sapevamo tutto già nei Settanta dei cambiamenti climatici, si sapeva che entro il 2000 il Pianeta si sarebbe riscaldato, che nella prima decade del XXI secolo gli effetti avrebbero cominciato ad essere evidenti e percepibili anche da buona parte della popolazione, almeno quella ancora in grado di conservare memoria, di osservare e riflettere. Forse una minoranza. Ma si sapeva. Il cambiamento climatico era cosa nota nei Settanta e la proprietà dell’anidride carbonica di conservare il calore era stata addirittura scoperta a metà del XIX secolo. Molti scienziati avevano delineato e descritto ciò che sarebbe accaduto, quello che sta accadendo e, con buona probabilità, quello che accadrà con grande precisione. I tentativi di stimolare una reazione politica adeguata al problema più grande dell’umanità non sono mancati durante tutti gli Ottanta, autentici eroi hanno messo a repentaglio le proprie carriere per il bene di tutti, ma non è servito. Hanno vinto gli interessi privati, spacciati per collettivi, ha vinto quell’idea di Progresso inderogabile che non accetta compromessi, che non può rallentare, che comanda tutto, ma che alla fine è solo una grande scusa per poter incrementare i guadagni favolosi di una fetta sempre più esigua della popolazione mondiale, una élite di sociopatici che non si fermerà davanti a niente, fino all’annientamento di tutti noi, loro compresi. Bastardi & coglioni.
Abbiamo avuto 40 anni per capire e modificare il nostro modo di stare al mondo, con gioia e intelligenza, creatività e immaginazione, ma ci siamo lasciati sedurre dall’acquisto in 12.000 in comode rate, dalla carriera, dalla competizione sociale, dall’individualismo spacciato per realizzazione di sé (a discapito di tutto). Ci siamo lasciati infinocchiare, abbiamo perso abilità di fare con le mani e pensare con la testa, ci siamo omologati e indeboliti, siamo diventati come una monocoltura di soia OGM, povera, monotona e drogata di consumo. Abbiamo creduto all’idea di Progresso illimitato, ma non ci siamo resi conto che se il progresso non è innanzitutto un processo interiore ma è una condizione esterna imposta, è solo una forma di totalitarismo, un’ideologia basata su assunti anche piuttosto demenziali, come ad esempio vecchio = superato e nuovo = migliore: ma quale arroganza! Basta davvero fare qualcosa di nuovo perché questo sia meglio di ciò che esiste già? Follia. Conoscenze ed esperienze millenarie sono state gettate nella raccolta indifferenziata e poi bruciate nell’inceneritore della memoria, solo perché le abbiamo accantonate in cambio di una promessa di Progresso. Coglioni & coglioni.
Sapevamo tutto, ma abbiamo messo la testa nella sabbia, a due centimetri dal tappo in plastica di una bottiglietta d’acqua minerale pubblicizzata ipocritamente come più sicura di quella che esce dal rubinetto. Invece di prestare ascolto agli scienziati e spaventarci per il danno che la nostra economia infligge al pianeta, abbiamo ceduto alle rassicurazioni espresse da parte di dementi sociopatici, quelle stesse teste di cazzo che puntualmente, davanti ad ogni possibile disastro, minimizzano i pericoli in nome di una tranquillità e un profitto economico, chiamato crescita, temporanei. Scatole craniche vuote a cui però abbiamo prestato ascolto, comodamente seduti sul divano davanti alla TV, perché ci raccontavano che la situazione non era poi così grave, che gli scienziati avrebbero trovato qualche soluzione tecnologica, che il Progresso è inarrestabile e bisogna avere fede nei suoi sacerdoti.
Ma del resto, da consumatori che, guardando le pubblicità, non cambiano canale di fronte a slogan offensivi e banali come “frigge croccante e asciutto”, come se questo non fosse già ciò che ogni olio da cucina vorremmo che facesse, e ci caschiamo pure, cosa si può pretendere? Logico che gente così adesso si trovi nella merda.
Perché è nella merda che ci troviamo. Abbiamo perso 40 anni ad inseguire chimere e specchietti per allodole, ad instupidirci e a credere alle rassicurazioni; sarebbe bastato leggere un paio di libri ben scritti, ciascuno di noi, per avere materiale più che sufficiente per riflettere su quanto sta accadendo.
Ciò che sta accadendo è che le attività umane immettono ogni anno, in atmosfera, quantità indecenti di anidride carbonica ed il nostro Pianeta, da cui dipendiamo come i pesci dipendono dal mare, riesce ad assorbirne solo il 30%: tutto il resto si accumula e provoca un surriscaldamento che quella parte di noi che ancora non ha subito danni permanenti al proprio cervello può sperimentare con facilità confrontando, osservando, soffermandosi sull’andamento delle stagioni, sull’ambiente naturale, sui resoconti di chi monitora quotidianamente, ed instancabilmente, i parametri vitali della Terra. Non ci vuole poi molto. Basta chiudere la bocca e azionare gli ingranaggi del cervello.
Ciò che è accaduto è che la politica, da sola, senza la collaborazione di cittadini determinati e informati non è riuscita a cambiare nulla, anzi non ha neanche provato a realizzare quel cambiamento necessario a scongiurare la catastrofe climatica ormai prossima. Ha ceduto alle necessità di crescita dell’economia e agli interessi dei grandi gruppi. Ha mentito, dichiarando una cosa ma perseguendo ben altra cosa, non è stata capace di interrogarsi seriamente sull’avvenire, di progettare un futuro un po’ oltre le scadenze elettorali. Ma è stata libera di farlo perché tanto ai cittadini bastavano le rassicurazioni di chi aveva l’interesse a rassicurare e a promettere il “business as usual” per tutti, prima o poi. Il sogno americano esteso all’umanità intera, che si è rivelato una enorme menzogna, chiaramente.
Ciò che è accaduto è che le poche occasioni in cui le nazioni avrebbero potuto definire dei limiti alle emissioni e un piano mondiale di ristrutturazione dei modi di produrre energia e di consumarla, sono state una farsa, un siparietto utile solo a tranquillizzare per un altro po’.

Ciò che è accaduto è che la concentrazione di gas serra in atmosfera è arrivata a livelli inauditi che non si vedevano da milioni di anni, e ci sono perfino in giro dei dementi che negano che vi sia una correlazione con le temperature in deciso aumento. Ma lo negano perché possono, perché tutti gli altri sono degli ignoranti pazzeschi e sfondati che non sanno nulla e pensano ancora meno. E intanto mancano 10 anni alla catastrofe, ma in pochissimi se ne rendono conto.

Volevo scrivere una recensione su questo bel libro, scritto da un coetaneo nato appena 2 giorni dopo di me, che si è posto le mie stesse domande. Uno che probabilmente, come me, a dieci anni aveva già capito di essere nato in una società terminale, perché minacciata dalle condizioni di salute precarie dell’habitat naturale che le permette di esistere. Uno che sapeva che viveva in un pianeta avariato, fra gente avariata. Solo che non ci sono riuscito e mi è saltato fuori questo sfogo.

Leggetelo comunque. Siamo a un minuto dalla mezzanotte. Fatelo per i vostri figli.

Pubblicato in ambiente | Lascia un commento