The pruner – Il potatore principiante (Parte 2)

Avviamento a corda

Primo giro di ronda. Un mattino di piena estate, non troppo caldo considerando i tempi che viviamo. Cammino lungo la scarpata, ai margini della quale è allineato il primo filare di noccioli. Prendo le misure ad occhio. Individuo i rami da tagliare di netto: sono cresciuti troppo, non sono armoniosi, puntano verso l’alto alla ricerca della luce e gettano ombra sul resto. Le loro chiome sproporzionate sovrastano i tetti. Vado di grosse cesoie, affondo le lame alla base, stringo i manici; alla prima incisione il giovane ramo schiuma abbondantemente, è pieno di linfa e di vita. Premo con decisione, poi rifiato ed imprimo una pressione ancora maggiore. La lama avanza faticosamente, trancia di netto le fibre ed il legno inizia ad aprirsi. Arretro allargando i manici della grossa forbice. Riparto provocando ulteriori rotture fino al cedimento definitivo. Il tronco, tagliato di netto, a quel punto cade, colpisce la terra scura, si inclina, flette per un attimo, sembra indeciso sulla direzione della caduta, poi si schianta definitivamente e fragorosamente, con tutti i rami e le foglie verdi che rovinano al suolo. Ho appena tagliato uno di quegli enormi (così mi pare in questa prima giornata di lavoro da potatore) “pali” che davano fastidio alle grondaie dell’abitazione di Gino, il vicino. Pochi centimetri di diametro in realtà, perché hanno un’età limitata e sono molto elastici, esattamente come tutti quelli su cui agirò oggi. Dopo alcune ore di piacevole lavoro torno a casa, fiero del risultato ottenuto, non troppo stanco e sicuro di aver capito tutto, o almeno abbastanza. Con fare circospetto, transito davanti al raggruppamento odierno di vespe, che si sono radunate proprio dove sorgeva la tana che ho aspirato pochi giorni prima. Mi impensierisco, ma il fresco dell’appartamento mi accoglie piacevolmente, insieme alla doccia e alla successiva cena.

E’ un nuovo, promettente giorno. Oggi si impiega la motosega! Metto dunque il pulsante rosso di accensione sulla posizione ON. Effettuo cinque o sei “poppate” sul sistema di adescamento del combustibile. Tiro lo starter, poiché l’avviamento è a freddo, e poi la cordicella dell’accensione vera e propria. Una, due, tre, quattro volte, il motore tossisce, sembra avviarsi, allora chiudo l’aria, ripeto l’operazione e finalmente il marchingegno si avvia. Freno della catena innestato, affondo sul gas per mandare a temperatura il macinino. L’odore ricorda vagamente quello di frittura, perché il motore è un due tempi che va a miscela richiedendo una piccola percentuale d’olio. Quanto basta per riportarmi con la memoria a quando, da bambino, mi passava davanti un motorino (all’epoca non esistevano ancora gli scooter), come il famoso Ciao, e l’aria si riempiva del puzzo di benzina aromatizzata dalla presenza dell’olio bruciato. Mi avvicino con un una certa preoccupazione al primo tronco, che avrà un diametro di otto, dieci centimetri. Gambe allargate e piedi piantati stabilmente per terra, così il  manuale della motosega suggerisce caldamente. La mano sinistra stringe forte l’impugnatura mentre la destra svolge due compiti: con il palmo spinge la leva che permetterà lo sblocco dell’acceleratore, mentre l’indice preme su quest’ultimo. Il motore schizza su di giri, ma la catena non si muove: ho dimenticato di sbloccare il freno. Lo disinserisco con un movimento all’indietro della placca di plastica vicino all’impugnatura accompagnato da un sonoro clac. La catena adesso scorre che è un piacere, ogni volta che l’indice sfiora l’acceleratore avanza veloce pronta ad affettare qualsiasi cosa.

Con decisione affondo allora la lama nel legno tenero. E’ un’esplosione di schegge in tutta l’aria circostante che investe ogni cosa, me compreso. Per fortuna ho una protezione al volto che impedisce che i minuscoli frammenti raggiungano gli occhi, ma le braccia, le gambe, le spalle e i capelli si riempiono di pezzetti di legno. Al suolo la segatura ricopre tutto, sembra di essere in una falegnameria. Procedo applicando una pressione decisa e costante che permette alla lama di avanzare con facilità, fino a quando il taglio non è completo ed un nuovo tonfo sancisce la fine dell’operazione di taglio. Quel tronco così lungo avrebbe potuto investirmi durante la caduta, ma fortunatamente si è adagiato sul fondo della scarpata, grazie all’inclinazione: dovrò tenere maggiormente in considerazione questo fattore.  Spengo la motosega e non la riaccendo più per il resto del giorno, perché non riuscirò a riavviarla nuovamente. Torno a casa, salgo le scale e, sul pianerottolo, il ronzio delle vespe senza più fissa dimora mi dà il benvenuto.

 

Potatore seriale

Sarà una giornata difficile per i noccioli ai bordi della scarpata che confina con le abitazioni: cesoie e motosega insisteranno alternandosi, spartendosi le prede in base al diametro delle stesse: rami fino a tre, quattro centimetri le prime, tronchi più grossi la seconda. La casa di Gino è una lunga e grossa cascina, intonacata di un grigio uniforme che non rende giustizia all’architettura piacevole e all’energica allegria del proprietario e che vede, lungo il suo lato posteriore, ben sette noccioli allineati, vigorosi nella loro ricerca della luce, slanciati impetuosi verso il cielo, ma colpevoli di condannare  tutto ciò che è al di sotto ad un umida oscurità satura di insetti molesti. Le grondaie della casa sono parzialmente coperte dalle fronde verdi e, invece di intercettare l’acqua piovana, si riempiono di foglie intasando i tubi sottostanti. Analizzo dal basso la situazione e non ho difficoltà ad individuare gli interventi necessari, che mi terranno impegnato per circa due giorni, entusiasmandomi. Ed è questo il vero problema, l’entusiasmo; perché, insensibile alla fatica ed in preda ad una specie di estasi mentale, mi propongo di rivolgere adesso all’intero noccioleto le stesse “cure” che sto destinando ai sette alberi confinanti con la cascina di Gino, che ora si presentano in una nuova, inedita forma alleggerita, meritevole di lasciare filtrare il sole e di non molestare più le grondaie di nessuno. Le parole di apprezzamento che ricevo dall’interessato al termine di questa prima serie di interventi non fanno altro che aggravare la situazione: “Ho visto l’ottimo lavoro che hai fatto, Fabio!”. Parole che mi galvanizzano, mi proiettano definitivamente in un futuro in cui ho rimodellato completamente il noccioleto. “Ho intenzione di continuare!” ribadisco felice e nella mente si affastellano visioni oniriche di spazi rigenerati, incognite e sfide: una mescolanza irresistibile, che dona slancio alle mie azioni e mi carica di una determinazione destinata a perdurare. Fin troppo a lungo.

Informazioni su Fabio Saracino

Sono un cicloturista per passione e viaggio in bici dal 2008. Nel 2017 ho compiuto il viaggio più lungo, 3500 km nelle isole maggiori e Sud Italia, a seguito del quale ho scritto un libro, "Ciclodiario - Viaggio su due ruote alla scoperta del Sud", che è stato pubblicato dalla casa editrice Ultra (Castelvecchi) e si può acquistare in libreria, anche online
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