Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino

Finalmente il mio nuovo libro “Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino” è in libreria!

Dal retro di copertina:

“Dai viaggi in bicicletta si può imparare molto. Privilegiando la faticosa lentezza del mezzo a due ruote rispetto alla comoda velocità dell’automobile, ci si riappropria più facilmente della dimensione umana dell’esistenza che la modernità sembra aver pericolosamente accantonato. Le distanze percorse tornano a esprimersi sulla base di parametri soggettivi, e questo porta a maturare una visione alternativa e non stereotipata del territorio.

Cicloturista di lungo corso, Fabio Saracino si è messo sulle tracce dell’autenticità e dell’identità che il progresso ha quasi ovunque cancellato. Questa ricerca l’ha portato stavolta in Appennino, la spina dorsale d’Italia in cui continua a conservarsi ciò che la pianura ha dilapidato: le tradizioni, la genuinità delle relazioni sociali, la capacità di mantenere un rapporto di equilibrio con l’ambiente naturale, una residua dimensione agropastorale, una gastronomia ancora espressione della specificità territoriale, storica e culturale. Ha scoperto paesaggi meravigliosi ed ecosistemi intatti che non hanno nulla da invidiare a quelli alpini, ma di cui si parla solo quando occorre un evento tragico. Ha esplorato borghi colpiti da terremoti recenti e passati, che lentamente ma con silenziosa caparbietà si stanno risollevando, nonostante la diaspora dei loro abitanti.

L’Appennino gli si è rivelato come un luogo fisico custode di un’altra dimensione esistenziale, un punto di collegamentofra passato e presente e fra Mediterraneo ed Europa, un potenzialelaboratorio in cui sperimentare nuove e più armoniose modalità distare al mondo. E ora ce lo racconta in questo libro, il diario del suo viaggio in bicicletta iniziato nell’Oltrepò Pavese e terminato nel Parco del Pollino: migliaia di tortuosi chilometri di storia italiana”

Guarda il booktrailer del libro: https://www.youtube.com/watch?v=tIJTFOetXZs&t=1s

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Il clima che cambia l’Italia, Roberto Mezzalama

In Italia il riscaldamento climatico galoppa, circondata com’è dal Mediterraneo e delimitata a nord dalle Alpi, dove le temperature aumentano con un tasso doppio rispetto alla media globale. Logico quindi chiedersi se i suoi effetti abbiano già cominciato a ripercuotersi sull’ambiente e sulle attività umane ad esso più legate, dagli insediamenti abitativi all’agricoltura, dalla pesca all’escursionismo, dalla gestione delle foreste alla produzione del vino e molto altro.

Per bocca di testimoni che stanno sperimentando gli effetti crescenti del cambiamento climatico nell’ambito del proprio lavoro, delle passioni o della semplice quotidianità, l’autore fornisce un quadro della situazione attuale dell’Italia, un paese fragile sotto il profilo morfologico, infrastrutturale, politico, economico e culturale, e che negli ultimi decenni ha scelleratamente disinvestito in prevenzione, tutela del territorio e istruzione, cioè nel futuro; una nazione in cui il credo neoliberista ha indebolito il senso stesso dello Stato e delle amministrazioni, sempre meno capaci di svolgere quelle importantissime funzioni di tutela dei beni comuni e di prevenzione dalle catrastrofi, e reso insensibili i cittadini, ridotti a consumatori o a tubi digerenti. Una nazione in profonda crisi la nostra, poco resiliente e colpevole di non cogliere la gravità della minaccia a partire dal giornalismo, del tutto impreparato e disinteressato, fino alla politica, che opera su distanze temporali ridotte e si lascia guidare dalla bieca ricerca del consenso popolare.

E tuttavia non c’è più tempo da perdere. Urge un deciso e repentino cambio di rotta, di ampia portata e che non si limiti all’innovazione tecnologica: solo espandendo il nostro orizzonte mentale, infatti, comprenderemo che umanità e Pianeta costituiscono un macrosistema integrato e che non può esserci opposizione fra le parti; che i problemi del mondo sono interconnessi e, come tali, non devono essere risolti separatamente.Lo sforzo richiesto è titanico e i segnali di speranza sono ancora deboli, soprattutto in Italia. È lecito augurarsi che le nuove generazioni, più sensibili ai temi ambientali, riescano a influenzare in maniera crescente la politica, in attesa, un giorno, di entrarvi; il tessuto economico, composto da piccole e medie imprese di proprietà familiare, essendo radicato e legato al territorio può, almeno in linea di principo, agire in sua difesa; nonostante i limiti culturali, la ritrosia e l’odiosa tendenza al negazionismo, sta faticosamente aumentando la consapevolezza popolare a proposito dei pericoli in cui incorreremo, se continueremo ad abbracciare come unico fondamento esistenziale il consumismo, la competitività e la crescita illimitata della produzione di beni materiali, il cui possesso deve slegarsi dal concetto di “status symbol”.

I libri sulla crisi ecologica e il riscaldamento globale sono faticosi da leggere per la gravità dei contenuti, ma allo stesso tempo rappresentano un sano esercizio di realismo, dopo almeno cinquant’anni di illusioni, distrazioni e falsi miti di crescita illimitata; hanno il merito, se non altro, di riportarci con i piedi per terra, che è quello di cui adesso abbiamo più bisogno. Se, nonostante i tentativi, falliremo comunque, perlomeno ci saremo immunizzati da certi slogan falsi e puerili che vanno tanto di moda, come quell'”andrà tutto bene” buono per i bambini e per gli immaturi che siamo diventati. Ce la passeremo male lo stesso, ma almeno con un po’ più di dignità.

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Nuova pubblicazione

Lungo la Via Peuceta del Cammino Materano

Qualche giorno fa ho firmato il contratto di edizione per il libro che uscirà il prossimo febbraio. Dovrebbe chiamarsi “Passo dopo passo” ed è il racconto del mio primo viaggio a piedi, oltre 500 chilometri che si sono sviluppati lungo tre diversi itinerari: la Via Peuceta del Cammino Materano e due altri percorsi da me definiti, uno in Basilicata, nell’area dei calanchi, dei paesi fantasma come Craco e dei borghi storici di origine araba, l’altro nella Tuscia viterbese che tanto appassionò intellettuali e artisti, fra cui Pasolini, per le sue atmosfere dolci e rilassate.
Prima di iniziare la stesura del nuovo libro ero più dubbioso del solito, perché i precedenti nascevano entrambi da un’esperienza di viaggio diversa, di tipo cicloturistico, che avevo sperimentato per oltre un decennio e che costituiva, perciò, una solida base narrativa; questa volta invece la sfida presentava delle incognite, dato che camminare è diverso dal pedalare, cambiano la velocità, che si riduce ancora, e di conseguenza la percezione del mondo attorno, nel bene e nel male, insieme a tanto altro.
Tuttavia, fin dalla prima pagina scritta ho percepito che ero pronto; la mole di impressioni raccolte lungo la strada ha acquisito la forma più adatta e rivivere mentalmente l’esperienza del viaggio per scriverne è stato, sotto alcuni aspetti, addirittura meglio che affrontarlo nella realtà.

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La grande cecità

In occasione del ventennale della distruzione delle Torri Gemelle, da qualche giorno alcuni quotidiani pubblicano servizi che ruotano attorno ad una questione: “Tu cosa facevi l’11 settembre?” Oppure: “Dov’eri l’11 settembre?” O ancora: “Cosa ricordi dell’11 settembre?”
Vengono intervistati conduttori, giornalisti, scrittori, intellettuali e attori, sia uomini che donne. Raccontano la propria reazione nei confronti di una tragedia che ha cancellato in un colpo migliaia di vite e, nei successivi vent’anni, centinaia di migliaia o più, a causa delle guerre che sono state dichiarate dagli Stati Uniti, anche con falsi pretesti. Basti ricordare le armi chimiche ritenute in possesso dell’Iraq di Saddam Hussein, di cui non fu però trovata traccia.
Trovo utile e sacrosanto commemorare e rielaborare il dramma dell’11 settembre perché ha sconvolto il mondo e prodotto troppi morti. Proprio per questa ragione, mi chiedo come sia possibile che un evento di portata potenzialmente e infinitamente maggiore come il surriscaldamento globale sia quasi totalmente ignorato dalla coscienza collettiva. Siamo sull’orlo del baratro: nel giro di 5 anni avremo raggiunto le 430 parti per milione di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, che ci porteranno dritti alla soglia limite di 1.5°C di riscaldamento medio globale, – quella giudicata ragionevolmente sicura dagli scienziati e perciò da non oltrepassare – ma l’argomento, che dovrebbe ricevere la massima attenzione da parte di tutti, a cominciare dai mass media, è un tabù, è come se non esistesse. A parte la totalità degli scienziati seri e dei climatologi, che concorda senza dubbio sull’origine del fenomeno riconducibile alle attività umane, tocca constatare che scrittori, intellettuali, giornalisti, artisti e comici non sanno nulla di clima e ambiente, o almeno non ne sanno abbastanza da poter emettere un giudizio competente sulla materia. Spesso dimostrano di non essere minimamente interessati. Come è possibile che, negli ultimi quarant’anni, da quando, cioè, siamo al corrente del fatto che tutta l’anidride carbonica che stavamo già riversando in atmosfera avrebbe presto riscaldato il Pianeta, tutti loro abbiano ignorato un dato tanto fondamentale, escludendolo dalle proprie ricerche, articoli, saggi, romanzi e opere d’arte? Sui rischi del nucleare molto è stato invece prodotto; cinema e narrativa, ad esempio, sono stati capaci di immaginare mondi devastati dalle radiazioni in cui l’umanità viene annichilita.
Perché, dunque, la crisi climatica, parte di quella ecologica, è assente dai nostri teleschermi, dai libri, dai giornali, dai quadri e dalle canzoni? Non credo di certo che si tratti di semplice paura verso gli scenari apocalittici che ci attendono se non cambiamo rotta. Anche l’inverno nucleare che segue ad una guerra atomica è più che terrificante, tuttavia è stato immaginato e rappresentato in molte opere, dando luogo nel passato – e non solo – a numerosi dibattiti. In seguito all’incidente di Chernobil del 1986, in Italia il nucleare è stato abrogato con un referendum a partecipazione popolare, a dimostrazione del fatto che la collettività è in grado di affrontare temi importanti e non serve tenerla all’oscuro.
Dunque la cecità nei confronti di clima e ambiente come si spiega? L’impressione è che ciò dipenda in gran parte dalla cultura in cui viviamo, tutta protesa al progresso, spesso vissuto come una gara che premia i primi, ma condanna all’oblio chi si rifiuta di aderirvi. E il cambiamento climatico ha a che fare molto con il rallentare, con il recupero del senso del limite, con la decrescita dei consumi e della produzione, quindi, in base ai valori della società moderna, con il rimanere indietro: non deve avere esercitato, perciò, molta attrattiva nei pensatori, seri o comici, e negli artisti che desideravano affermarsi presso il grande pubblico. Figuriamoci nei politici, felicissimi di presenziare con grandi sorrisi alle inaugurazioni delle grandi opere, considerate ancora un segnale di inarrestabile sviluppo.
Inoltre, la nostra cultura non teme più la natura perché ritiene di averla definitivanente soggiogata. L’evoluzione scientifica e tecnologica ci ha convinti di poterla controllare e plasmare secondo l’utilità, mentre la relativa stabilità climatica ha rafforzato tale illusione. Adesso che questa stabilità sta rapidamente venendo meno, non siamo più abituati ad accettare e a rapportarci con l’imponderabile e l’imprevedibile, che rifiutiamo per una questione di forma mentale e di hybris, di tracotanza. Il nucleare è un prodotto umano, frutto del nostro ingegno, ma l’idea di una natura che sfugge al nostro controllo e si ribella come se avesse una volontà propria non rientra proprio nel nostro attuale orizzonte intellettuale. Questi possono essere alcuni dei motivi che ci rendono ciechi di fronte alla catastrofe da noi stessi innescata e che risveglia forze di enorme portata del tutto indifferenti alla nostra volontà.
Io, però, vorrei che nei quotidiani si cominciasse a domandare anche: “Dimmi, tu dov’eri quando abbiamo oltrepassato la soglia delle 400 ppm di anidride carbonica in atmosfera? Cosa hai pensato nel momento in cui hai appreso la tragica notizia?”

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Nuovo rapporto sul riscaldamento globale

Oggi è uscito il nuovo rapporto dell’IPCC, l’ente che dal 1988 raccoglie i dati sui cambiamenti climatici e ne investiga le cause.
I giornali più importanti vi hanno dedicato un articolo riepilogativo, senza alcun approfondimento e rielaborazione, che finirà come sempre per perdersi nella massa di pubblicazioni quotidiane; la questione non ha mai sollevato grande interesse presso il pubblico e gli stessi giornalisti, spesso solo scribacchini che riportano a pappagallo le notizie, faticano a comprendere la portata degli stravolgimenti ambientali che ci attendono ma che possiamo ancora mitigare, a patto di azzerare l’immissione in atmosfera di gas climalteranti come l’anidride carbonica e il metano.
Uno dei temi più importanti trattati nel nuovo rapporto dell’IPCC è la perentoria dichiarazione sulle cause del riscaldamento globale, che viene attribuito in modo netto e incontrovertibile alle attività umane. Non è difficile verificarlo, del resto: oggi al mondo circola oltre un miliardo di veicoli che solo un secolo fa non esisteva; si produce una quantità abnorme di carne di bassa qualità che non ha alcun potere nutritivo, se non quello di alimentare il conto in banca dei produttori; si utilizza l’aereo per capriccio, potendo contare su prezzi troppo bassi al consumatore, ma facendo pagare un costo salatissimo alla biosfera e alle generazioni future; si continua a costruire sui terreni naturali, a pescare a ritmi insostenibili, ad acquistare indumenti usa e getta e molto altro.
La globalizzazione ha rappresentato per le multinazionali (e non solo) una enorme zona franca, priva di regolamentazioni, che ha consentito l’abbattimento dei costi a discapito dell’ambiente e di parte dell’umanità; ha trasformato il Pianeta in un grande sito estrattivo e produttivo, generando frenetici traffici di merci e altissime emissioni di gas serra.
Tutti, sebbene in misura diversa, abbiamo colpe per il disastro verso cui siamo lanciati e perciò tutti siamo chiamati a cambiare le nostre abitudini e progetti; certamente dovranno farlo le multinazionali e i governi, ma anche i cittadini sono chiamati all’azione.
Ritengo che questi ultimi possano essere il vero motore del cambiamento, se smettessero di farsi sfruttare come consumatori, come tubi digerenti di un sistema modellato secondo il paradigma del produci-consuma-crepa, e decidessero di tornare a essere cittadini pensanti, sufficientemente autonomi da modificare le proprie abitudini di consumo in tempi brevi, e pretendere di conseguenza che la politica torni a rivestire il ruolo che le compete, di guida e implementazione di politiche sociali per il bene dell’umanità.
La sfida è immensa e coinvolge la nostra interiorità, che deve essere messa sul banco degli imputati, ma anche la collettività nel senso più ampio, perché solo agendo tutti insieme con un unico scopo, quello della sopravvivenza della specie, avremo qualche possibilità di superare la più grande sfida di sempre da quando esistiamo.

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Vie dei Cammini – 17^ tappa

Arrivato oggi a Valfabbrica. l luoghi sono belli, da Gubbio in giù si attraversano vallate selvagge dove l’unico segno di presenza umana consiste nei pascoli e nelle foraggere, di un giallo così intenso da assumere la tonalità dell’ottone. Se non fosse, però, per i bassi monti selvosi che dominano il paesaggio, mi sembrerebbe di essere sul Tavoliere delle Puglie al culmine dell’estate. Fa davvero troppo caldo per la latitudine e la quota, mentre la scarsità di precipitazioni sta mettendo in crisi le aziende agricole e la vegetazione. Mi è stato detto che non piove seriamente da gennaio e dall’inizio di giugno le temperature si mantengono su valori elevatissimi, senza pause. Regione fino a ieri di funghi e tartufo, l’Umbria che oggi deve fronteggiare condizioni climatiche anomale ricorda a tratti un’arida steppa: i ruscelli sono in secca o al minimo, l’erba è gialla, così come le foglie di molti alberi, che per lo stress termico e idrico sono costretti ad anticiparne la caduta. In particolare stanno soffrendo moltissimo gli olmi, le cui chiome sono, per quasi la metà, ingiallite precocemente, ma neppure le querce, così diffuse sul territorio italiano per la loro adattabilità, sono immuni al fenomeno.
Gli allevatori e i coltivatori stanno razionando l’acqua: se non possono accedere a quella dei bacini di raccolta artificiali, sono costretti a sacrificare le colture per dissetare le bestie.
Purtroppo non si tratta di un periodo negativo, come ce ne sono stati tanti in passato; la crisi climatica sta portando ad una estremizzazione sempre più accentuata dei fenomeni, pur in un contesto di progressivo aumento delle temperature. Questo aspetto non è ancora compreso da gran parte della popolazione, purtroppo, anche a causa delle profonde lacune dei mezzi di comunicazione, che dimostrano la propria inefficacia nei confronti del tema del riscaldamento globale.
E così mentre il Nord Italia è flagellato da piogge alluvionali e forti grandinate con chicchi abnormi, al Centro e al Sud si approfondisce la tendenza alla desertificazione.
Per quanto mi riguarda, domani sarò ad Assisi ma non sono più tanto sicuro di voler proseguire fino a Roma.

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Vie dei Cammini – 14^ tappa

27 luglio

Città di Castello – Pietralunga

Oggi mi rendo conto ancora una volta di come, in un cammino, la realtà possa divergere dalle aspettative e di come questo possa costituire, se accettato, un valore inatteso.
Dopo gli ultimi giorni trascorsi in Val Tiberina visitando Sansepolcro e Città di Castello, centri medio – piccoli, ideali sotto i profili dell’estensione e del numero di abitanti, dunque molto vivibili, la tappa odierna si svolge in un ambiente naturale selvaggio, con presenza umana pressochè nulla e rare costruzioni. La strada, a tratti malamente asfaltata e in altri sterrata, si arrampica sui rilievi ad est del punto di partenza e compie ampie e severe oscillazioni per gran parte dei 30 chilometri che mi separano dall’arrivo, srotolandosi fra boschi di querce ed altre specie mediterranee, che impregnano l’aria del proprio aroma dolciastro, e steppose radure dal colore giallo ocra.
Una tappa povera, quindi, di varietà paesaggistica e di grandi sorprese o attrazioni, in cui si sono coniugati in modo naturale occasioni di socialità e lunghe parentesi di solitarie meditazioni; tutto ciò mi ha reso evidente il fatto che è il cammino a dettare legge e che, se si apre la mente smettendo di opporre resistenza, si può perfino arrivare a  cogliere lo spirito con cui è stato concepito. Allora capisco che i lunghi periodi nel bosco, a contatto con una natura intatta e silenziosa, altro non sono che preziosi momenti di isolamento, in assenza di qualsiasi tipo di distrazione; ore interminabili in cui la mente si libera da ogni condizionamento indotto dagli stimoli esterni, dai pensieri e dalle preoccupazioni, e finalmente l’io più profondo può emergere, insieme a percezioni e riflessioni cristalline e autentiche.
L’ambiente semplice e naturale, unito al ritmo della camminata che regolarizza la mente nello stesso modo in cui un metronomo sorregge l’esecuzione di un brano musicale, aiuta a riscoprire un po’ alla volta la dimensione naturale dell’esistenza, a gettare luce sulle proprie ansie e paure liberandosene, perché le condizioni interiori ed esteriori che le alimentavano hanno cessato di esistere.
Gli stessi incontri, alleggeriti dal peso delle aspettative eccessive, gonfiate dal sistema di valori di una società moderna e inquinata, si trasformano in graditi regali che il cammino elargisce, ma solo quando decide che è giunto il momento di farlo.
Il nostro gruppetto si dirada e si ricompatta, a seconda dell’inclinazione della strada: in salita ognuno è solo con i propri limiti, fisici e mentali, mentre in discesa ci si riavvicina e si condivide il sollievo e l’esultanza per il risultato ottenuto, mentre una nuova sfida ci attende, per metterci ancora una volta alla prova e impartirci una nuova lezione.
#viadifrancesco
#viedeicamminitour2021

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Vie dei Cammini- 11^ tappa

23 luglio

L’arrivo, ieri, al Santuario della Verna, è coinciso con il momento più emozionante di questi primi 230 chilometri percorsi a piedi. Comprendo adesso come l’attraversamento delle lussureggianti faggete che serrano la rupe su cui sorge il complesso religioso, simile ad un villaggio fortificato, sia stato un atto preparatorio in vista del raggiungimento della meta.
Non sono mai stato in un monastero tibetano, ma io non credo che l’atmosfera sia così differente, perché l’isolamento è lo stesso. Anche il clima è diverso, perché mentre altrove si impone l’afa, qui piove per alcuni minuti e spira un vento fresco e profumato.
In serata trovo sistemazione in un albergo gestito da suore. Sono tutte giovani, intorno ai 25 anni, scherzose e gentili. Dialogano con gli avventori con spontaneità e, ogni volta che mi vedono o mi rivolgono la parola, ridono divertite. La mensa si  svolge in un grande locale e le pietanze sono nutrienti e genuine. Vado a letto soddisfatto e il contenuto residuo della bottiglia di splendido rosso acquistata all’Eremo di Camaldoli mi riscalda lo stomaco e conduce la mia mente svuotata verso il regno dei sogni.

Oggi è stata invece la tappa degli errori. Da Chiusi della Verna dovrei risalire al santuario, ma secondo le indicazioni della Via di Francesco è possibile imboccare una deviazione più in basso. Purtroppo, dopo alcuni chilometri, finisco prima in un pantano, poi su un’altura stepposa e isolata dove pascolano alcuni splendidi bovini, bianchi come il latte. Il suolo è disseminato dei loro escrementi e presto divento ostaggio di uno sciame di mosche che mi abbandona solo dopo una buona mezz’ora. Nell’istante in cui scopro che il sentiero si interrompe nel mezzo del nulla, la mia reazione è simile a quella del personaggio interpretato da Steve Martin nel film “Un biglietto in due” quando, dopo mille inconvenienti, realizza di essere vittima dell’ennesimo disguido, stavolta da parte di una compagnia di autonoleggio. “Vi siete messi contro la persona sbagliata!” urlo fra i pascoli camminando con passo isterico, proprio come Martin fa nel parcheggio dove avrebbe dovuto trovare la vettura assegnatagli. Ripercorro quindi il sentiero a ritroso, transito nuovamente davanti ai ruminanti con i loro occhi inespressivi e mi ricarico di nuovo di una nube di mosche. Dopo altri chilometri sotto un sole implacabile, imbocco un nuovo sterrato che mi riporta sulla retta via. Piu’ tardi, in un bar a Montalone, un’amazzone dai lunghi capelli scuri e gli stivali al ginocchio (è alla guida di un gruppo di persone e fuori dal locale sono legati i loro sei cavalli) mi consiglia una deviazione che, secondo lei, mi farà risparmiare tempo. Tuttavia confonde evidentemente la destra con la sinistra, perché al bivio prendo il ramo sbagliato e mi ritrovo di nuovo impossibilitato a proseguire, metre il sole si fa le beffe di me. Altri chilometri che mi sarei risparmiato volentieri, durante i quali verso litri di sudore e incrocio anche un cinghiale, che mi guarda perplesso, e forse un po’ impietosito, fino a quando non esco dal suo campo visivo. Nel tardo pomeriggio, tuttavia, raggiungo Pieve Santo Stefano. Il centro, di forma allungata, sorge allineato lungo le sponde di un torrentello che, con grande sorpresa, scopro essere il Tevere.

#viedeicamminitour2021
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Vie dei Cammini – 9^ tappa

21 luglio

Altra tappa meravigliosa in un Casentino che, avendo preservato il proprio ambiente naturale, offre una esperienza magica di completa immersione nella natura.
Al bivio che segue il Monastero di Camaldoli scelgo di proseguire per l’Eremo, a 1111 metri di quota, e presto mi rendo conto di come l’avvicinamento non sia altro che un rito di preparazione in vista della struttura sacra.
Questi boschi, infatti, godendo da mille anni della protezione della locale comunità religiosa, si sono conservati in ottima salute e suscitano, in coloro che li attraversano, sottili suggestioni e un marcato senso di rispetto, oltre a meraviglia, fascinazione e perdita parziale delle percezioni relative allo spazio e allo scorrere del tempo.
Più tardi, lungo la salita per i 1300 metri del Monte Penna, mentre discorro con due escursionisti che procedono in direzione opposta alla mia, constato con sorpresa come i miei stessi pensieri siano divenuti chiari, cristallini, limpidi, essendosi placato il rumore di fondo che assedia normalmente la mente. Il risultato è un nuovo stato di coscienza e una aumentata consapevolezza di sè: non mi stupisco più nel constatare come gli asceti sapessero scegliere molto bene i luoghi più adatti alle proprie esigenze.
Condivido con Tony gli ultimi chilometri fino a Badia Prataglia, un villaggio di chiara impronta centro europea trapiantato sull’Appennino tosco-emiliano. Il mio nuovo compagno è un uomo robusto di 59 anni con un addome voluminoso, modi simpatici e amabilmente energici. Partito dall’Austria, dove vive, è come me diretto a Roma. Per una fortuita coincidenza, Tony mi parla proprio di ciò di cui mi ero reso conto poco prima, e cioè del fatto che camminare gli stia restituendo quella lucidità di pensiero che le incombenze, le distrazioni, i rumori e gli stimoli della vita quotidiana ci precludono. Camminare, insomma, è un atto di purificazione mentale, di emancipazione da tutto lo sporco che ci impedisce di vivere bene la vita. È una pratica di pacifica ribellione e di riconnessione profonda con se stessi.


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Vie dei Cammini- 8^ tappa

20 luglio  8^ tappa

Splendida tappa, nonostante gli errori di orientamento iniziali e gli ultimi, durissimi chilometri in chiusura, durante i quali ho sperimentato un livello di stanchezza fisica finora inedito.
Fatico ad abituarmi all’idea che una fetta cospicua di incontri condivida un denominatore comune, trattandosi di persone che hanno scelto di abbandonare il proprio lavoro e la città, per dedicarsi ad altro e altrove, prendendo se stessi come unica bussola ed arbitro delle proprie decisioni. É incredibile come stia continuando ad incappare in storie simili dal giorno stesso in cui sono partito, come se il cammino che percorro fosse un lasciapassare per una dimensione alternativa, quella di chi sta riscoprendo la propria umanità con tutti i suoi limiti ma anche le possibilità inesplorate.
Il Casentino oggi si è rivelato in tutta la sua immacolata bellezza; ha confermato di essere un’area geografica unica, in cui i segni della presenza umana sono limitati e circoscritti, mantenendosi in una condizione di equilibrio con la natura. Il panorama si caratterizza per i monti selvosi e le verdi praterie chiazzate d’oro, la presenza diffusa di minuti borghi di pietra, dalla tonalità grigia che vira sul beige. E ancora l’azzurro, il violetto e il bianco dei fiori selvatici, il verde scuro del muschio sui massi lungo i freschi torrenti d’acqua, il marrone dei tronchi, il bianco accecante della strada sterrata, che serpeggia fra le pieghe del territorio regalandomi a volte refrigerio, altre patimenti, oppure scorci panoramici del tutto sgombri dalle solite, ipertrofiche infrastrutture moderne a cui siamo tutti assuefatti.
La fauna qui prospera come in un parco protetto; di notte il tasso e i cinghiali fanno razzia negli orti, i lupi nei pollai, ma di giorno non è impossibile scorgere giovani caprioli che attraversano rapidi la carreggiata per scomparire nel vicino bosco, che risuona senza interruzione dei fraseggi dei tanti volatili che trovano dimora fra le chiome voluminose.
Il sofferto finale si svolge nella scura frescura dei fenomenali boschi attorno all’eremo di Camaldoli, dove avverto come siderale la distanza dal resto del mondo.

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Vie dei Cammini – 4^ tappa

15 luglio 2021

La Via degli Dei continua a mostrare il proprio carattere fresco e brioso. Lasciata Madonna dei Fornelli,  si impenna lungo lo scosceso versante di un rilievo immergendosi in una stupenda faggeta. Qui ricalca il tracciato dell’antichissima Flaminia Militare, di cui ammiro alcuni metri lastricati, sopravvissuti per miracolo a quasi due millenni di oblio.
La tappa si snoda quasi del tutto all’interno di fitte foreste, che comprendono varie specie, fra cui imponenti conifere alte più di trenta metri.

Quella di oggi potrebbe essere definita la “tappa dei boschi”, per l’ambiente ovattato, fresco e silenzioso, pregno del profumo della legna e della terra ricca di humus, ma purtroppo ripetitivo e avaro di panorami, dato che il campo visivo è risultato limitato dalla presenza pressoché continua delle impenetrabili chiome degli alberi.
Dopo chilometri di estenuanti saliscendi affrontati in completo isolamento, a volte incespicando sul fondo reso sdrucciolevole e irregolare per la presenza di sassi acuminati, ghiaia e buche, la mia convinzione comincia a vacillare, mentre due nuove compagne di viaggio mi fanno visita. Noia e Stanchezza, questi i loro nomi, non mi lasciano fino al Passo della Futa, dove mi aspetta la proprietaria della camera in cui pernotterò, posta nella minuscola Roncobilaccio, citata da Antonello Venditti nel brano “Bomba o non bomba”.

Prima che Delusione si aggiunga alle altre due compagne, però, l’ampio specchio che occupa l’unica anta dell’armadio nella stanza da letto mi sorprende, restituendo un’immagine di me stesso cambiata, molto diversa da quella che avevo tre giorni fa. Il cammino ha sortito i primi benefici effetti e ne prendo atto con sollievo; intuisco allora che considerare le spigolosità e le asprezze sperimentate delle semplici qualità negative da porre sul piatto della bilancia è un errore, dato che sono solo aspetti di un insieme più grande e indivisibile, che costituisce l’anima del cammino, preso nella sua interezza.

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