The pruner – Il potatore principiante (parte 4)

La locomotiva

Pur con tutte le cautele, i timori di ingolfarla nuovamente,  il terrore che per un errore nel manovrarla possa recidermi un braccio o, peggio ancora, l’arteria femorale condannandomi al dissanguamento in pochi minuti, lentamente prendo confidenza con la motosega, che alterno sempre con le cesoie. I lavori avanzano ad un ritmo più regolare e nel giro di pochi giorni due file di noccioli sono stati già sistemati. Accumulo i ceppi su un telo di plastica nero, di quelli adatti a pacciamare, e dispongo i tronchi non ancora ridotti in segmenti più corti sul prato nei pressi della già citata “Officina di Recupero tronchi & rami”, che deve rimanere libera perché destinata ad ospitare una fase molto importante e successiva a quella di taglio: la rimozione dei rametti, con ancora tutte le foglie verdi, dai rami più grossi, per renderli lisci. Traboccante di energia, continuo ad immaginare il noccioleto del futuro, incoraggiato e confortato dai primi risultati: grazie alle chiome sfoltite e al ridimensionamento di ogni cespuglio, il sole inizia a filtrare attraverso la coltre ombrosa. Comincio ad apprezzare la maggiore ariosità, la luce che trapassa le fronde ed illumina gradevolmente il terreno e i particolari secondari, l’accresciuto spazio disponibile. Una brezza leggera rinfresca l’aria e penetra adesso nel reticolo naturale, per ora meno compatto da un solo lato. Mi accorgo che quel vago senso di chiusura, perfino oppressione, che connotava questo luogo e che mi induceva ad affrettare il passo riducendo al minimo le soste, si è affievolito. Guardo verso l’alto e finalmente la visione, non più ostacolata dalle chiome troppo dense e ravvicinate, comprende adesso squarci sempre più estesi di azzurro. Sento, insomma, che sono sulla strada giusta e che, anche se l’impegno sarà indubbiamente notevole, possa davvero valerne la pena. Gli stimoli non mi mancano e le energie mi sostengono, anzi abbondano proprio e dunque procedo spedito, come una locomotiva in piena accelerazione con la caldaia alla massima pressione: osservo ogni figura, poi sfrondo, taglio, rimuovo, sposto, accatasto e ricomincio, un albero dopo l’altro, mentre la luce e la brezza guadagnano terreno. Mi sembra di riportare in vita un luogo dimenticato, abbandonato a se stesso, del quale per troppo tempo i precedenti proprietari si sono limitati ad approfittare, traendone una generosa produzione di buoni frutti senza contraccambiare con le dovute  attenzioni.

Anamnesi

Seguono giorni intensissimi, trascorsi interamente a lavorare senza soste, facendo turni di otto o nove ore filate, in cui mi concedo solo il tempo di bere molta acqua e sorseggiare caffè. Inizio a portarmi dietro un po’ di musica da ascoltare durante la potatura manuale, nelle lunghe ore di lavoro in cui la motosega riposa a bordo campo spenta, ma apprezzo anche interminabili pause di silenzio quasi assoluto, interrotto solo dal cinguettio degli uccelli, dal ragliare saltuario di un paio di asini da poco accolti in una cascina vicina, o dal rombo dei trattori in lontananza. Queste condizioni di quiete all’aria aperta sostengono e stimolano l’attività, alleviano la fatica e allontanano la fretta di avanzare: si sta bene, riesco a procedere velocemente senza ansia e, anzi, ci sono degli istanti in cui perdo quasi totalmente la cognizione del tempo. E’ l’inclinazione del sole a scandire le ore e anche a dettare i ritmi: fino a quando è sufficientemente basso procedo svelto, ma quando, nelle ore centrali e più calde, si posiziona sulla verticale e la temperatura sale, rallento e allungo le pause di recupero.

E’ quando raggiungo la terza o quarta colonna di noccioli (ognuna dotata di cinque o sei piante) che inizio a comprendere davvero.  Fino ad ora, semplicemente, non vedevo. Non so nulla di agricoltura, di noccioli e di piante in generale; ho letto qualche buon libro e seguito alcuni video su YouTube, ma la mia esperienza è recente e non ho ancora l’occhio per valutare con uno sguardo d’insieme lo stato in cui una coltura si presenta. L’esperienza in corso, però, mi sta insegnando parecchio e velocemente: osservo le forme, le proporzioni fra i vari elementi del cespuglio e noto delle differenze evidenti fra i tronchi più vecchi, modellati da mani esperte che hanno impresso in essi forme armoniose e tondeggianti, proporzioni prive di sovraccarichi, e quelli più recenti, che stimo possedere un’età compresa fra i cinque e i dieci, dodici anni. Se i primi sono stati allevati in modo da conferire alla pianta la tipica forma a calice, con una inclinazione progressivamente più accentuata in modo da catturare  il massimo dei raggi solari, i secondi si sono sviluppati direttamente lungo l’asse verticale e hanno assunto l’aspetto di pali, proprio come quelli elettrici o telefonici. Mi chiedo il motivo di questa differenza così marcata fra le due generazioni e ricostruisco un’anamnesi, mescolando alle conoscenze apprese in questi giorni ipotesi su quel che può essere accaduto nell’ultimo decennio.

Ecco dunque la “storia clinica” dei miei pazienti vegetali: i precedenti proprietari erano anziani e lui, malato di cuore, è morto nel 2011 all’età di quasi novant’anni. Molto probabilmente da tempo non poteva più occuparsi del noccioleto e non riusciva a gestire il naturale avvicendamento fra i tronchi più datati e quelli recenti. I secondi si sono così sviluppati senza intervento umano, che avrebbe potuto conferire loro una forma adeguata attraverso piccoli e tempestivi interventi. Nel frattempo, le parti già cresciute di ogni pianta hanno continuato a svilupparsi oscurando i raggi solari e lasciando le porzioni inferiori, quelle più prossime al suolo, prive di luce. Questa situazione ha prodotto una reazione da parte dell’intera pianta a crescere vigorosamente, alla ricerca disperata di luce. E così le nuove generazioni di polloni hanno assunto la forma di pali del telefono, protesi verso l’alto, lisci e privi di foglie per gran parte della loro altezza. Ho acquistato casa e terreno nel dicembre del ’14, ma ho iniziato ad occuparmi del noccioleto solo a partire dal ’18, quindi dal 2011 e per i sette anni successivi la manutenzione è stata minima o assente. Un piccolo imprenditore agricolo locale, amico dei precedenti proprietari, per tutto questo tempo si è offerto di gestire la terra eseguendo piccoli interventi e raccogliendo in cambio le nocciole, con una produzione che fino al 2018 è stata generosa e di buona qualità. L’anno scorso infatti la primavera, molto piovosa, ha assecondato da un lato la produzione di abbondanti frutti e dall’altro ha sostenuto una ulteriore forte crescita della massa vegetale degli alberi, che a sua volta ha ridotto ulteriormente la quantità di luce ricevuta. Quest’anno, per una serie di fattori contingenti, si è superato il punto di non ritorno: le scarse precipitazioni invernali e la seguente primavera incapace di colmare il deficit pluviometrico sono state seguite da un avvio di estate eccezionale che ha portato la colonnina di mercurio a lambire i quaranta gradi, già in giugno. Alla mancanza d’acqua e alle temperature estreme si è associata la scarsità di luce dovuta all’ipertrofica precedente crescita della vegetazione, e la produzione di nocciole ne ha risentito sia qualitativamente che quantitativamente, crollando.

A questo punto tutto quel che vedo assume un significato completamente diverso. Sono finalmente in grado di decifrare la situazione e posso agire di conseguenza per cancellare o attutire gli errori compiuti durante l’ultimo decennio. Dovrò essere più incisivo, superare quella prudenza, o piuttosto timore, tipico di chi si muove alla cieca per inesperienza, e rimboccarmi le maniche. Come se le avessi, dato che lavoro a torso nudo per la maggior parte del tempo. E’ sera ormai ed è ora di cena. Sono sudato, stanco ed impolverato, pensieroso ma con la testa rivolta al futuro. Salgo le scale e, sul pianerottolo, il mio sguardo si posa sull’angolo, prossimo alla finestra, in cui sono ancora visibili le minuscole tracce della tana di fango che ho aspirato giorni fa e dove, proprio adesso, è in corso una muta riunione di vespe, disposte concentricamente attorno al solito punto invisibile. Staranno progettando il mio attentato? Sorrido al pensiero cretino, infilo la chiave nella toppa ed entro in casa.

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Pensieri virali 12

Un pangolino

SHOCK!

L’epidemia di coronavirus è stata largamente anticipata da avvisi di allerta emessi da alcuni importanti attori internazionali, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità al magnate Bill Gates, che negli ultimi giorni si è intrattenuto persino in un colloquio telefonico con il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte.

Eppure, durante il periodo antecedente alla diffusione del morbo su scala nazionale e nonostante i segnali di avvertimento giunti dalle autorevoli fonti, non è stata intrapresa alcuna misura di prevenzione o almeno di contenimento. Solo ad emergenza conclamata la società intera, dai politici alla popolazione, ha reagito in modo efficace e proporzionato alla minaccia attraverso una successione di fasi contraddistinte da consapevolezza crescente.

In TV, l’ansia di comunicare velocemente ha marginalizzato il pensiero e ridotto gli spazi per la riflessione, per cui è utile formulare qualche ipotesi integrativa. Ad esempio, mi chiedo perché si sia preferito attendere l’emergenza per sviluppare una risposta adeguata e che insegnamento dobbiamo trarre da quanto accaduto. Non ritengo che sia una spiegazione esaustiva attribuire le cause del ritardo nella risposta all’epidemia solo agli interessi dei privati e al temporeggiare dei politici che hanno posticipato l’assai scomoda decisione di chiudere gli stabilimenti industriali. D’altra parte quello che è successo è stupefacente: è come se l’Italia intera (insieme all’Europa e a buona parte del Pianeta) avesse sperimentato gli effetti di un terremoto previsto e annunciato, scegliendo di correre ai ripari solo dopo le prime forti scosse, pur sapendo con largo anticipo che sarebbero arrivate. Analizzato con il senno del dopo, un atteggiamento del genere svela innanzitutto una stucchevole irrazionalità. Sicuramente vizi cronici come negligenza, impreparazione, superficialità e la pressione degli interessi privati sono confluiti in un’unica forza che, opponendosi alla doverosa reazione, l’hanno rallentata, ma ciò si è probabilmente manifestato quando ormai lo tsunami era in procinto di abbattersi. Mentre prima, quando tutto era in apparenza tranquillo e c’era ampio spazio di manovra, si è preferito ignorare i chiari messaggi di allerta. Perché? La mia ipotesi è che si sia verificata una rimozione psicologica della minaccia. Dopo decenni in cui ci siamo potuti permettere il lusso di disinteressarci della politica e abbiamo impegnato il grosso delle nostre energie nelle solite attività, in sostanza produrre e consumare, beneficiando di condizioni eccezionalmente favorevoli quali l’assenza di guerre e una stabilità climatica ormai in via di dissoluzione, abbiamo rifiutato mentalmente la possibilità che il nostro equilibrio venisse mandato in frantumi dallo shock dell’epidemia, con il suo carico di morti e di restrizioni alle libertà personali.

Quindi credo che, nonostante la moltitudine di meccanismi che regolano la società complessa in cui viviamo, il fattore umano abbia comunque prevalso dando prova di una vitalità residua che temevo scomparsa, almeno nelle società occidentali. Si è rivelato determinante, seppure in senso negativo, durante il primo periodo contraddistinto dal rifiuto e dalla rimozione della minaccia, quando abbiamo preferito pensare che la Cina, da dove tutto è partito, fosse ancora lontana come ai tempi di Marco Polo, dimenticandoci che i virus moderni, viaggiando in aereo, si propagano ovunque in modo quasi istantaneo; ma è stato determinante, in senso positivo, anche nella fase successiva, quando siamo stati capaci di infrangere, per il bene della comunità, le regole sacre su cui è fondata la moderna società industriale capitalistica, e abbiamo restituito alla salute umana il valore assoluto che merita, quello di bene primario che deve ispirare ogni scelta collettiva, anche economica, detronizzando quindi l’usurpatore, il profitto, dal ruolo di guida ispiratrice che gli avevamo scelleratamente attribuito.

Questo rovesciamento, invocato per anni da migliaia di studiosi di tutto il mondo e che pareva quasi impossibile, è diventato attuabile grazie ad uno shock. La natura ci ha fornito a modo suo un assist per indicarci la strada per rimetterci in regola. Ciò da un lato illustra come gli shock costituiscano un passaggio evolutivo molto potente, nel bene e nel male (non è un caso che Naomi Klein abbia scritto un libro poderoso sui modi in cui può essere generato e sfruttato per realizzare cambiamenti drastici altrimenti difficili da attuare, anche se la sua trattazione considera solo i capovolgimenti in negativo). Purtroppo dimostra anche che tutta la prevenzione non serve a niente se poi ne ignoriamo le indicazioni e consentiamo che una paura atavica si impossessi di noi fino a paralizzarci, procrastinando la reazione verso la salvezza fino all’attimo antecedente alla catastrofe.

A seguito di questa riflessione, l’insegnamento che ne traggo è il seguente: dato che sui cambiamenti climatici ormai sappiamo moltissimo, ma continuiamo a non ascoltare le grida di dolore provenienti dalla comunità scientifica e da una fetta sempre più consistente di popolazione sensibile al tema, è proprio necessario condannarci da soli a subire sulla nostra pelle i prossimi, gravi shock ambientali ampiamente annunciati, per poi tentare invano di correre ai ripari quando ormai sarà troppo tardi? Oppure, per una volta, riusciremo a superare i nostri limiti biologici e giocheremo con un po’ di anticipo, senza aspettare lo shock? Trarremo dall’esperienza attuale la forza e l’insegnamento necessari per mitigare, sfruttando il poco tempo che resta, l’imminente crisi climatica globale? La prossima partita non si giocherà sulla capacità di fronteggiare le avversità, ma di prevenirle. Anche perché, in base a come affronteremo la sfida, si deciderà il nostro destino di specie.

La TV ci convince, giorno dopo giorno, che la massima ambizione dell’umanità è sconfiggere il Covid-19, rilanciare l’economia e farla tornare ai livelli precedenti alla crisi, in modo da devastare la biosfera ancora un po’ prima del collasso definitivo e riprendere a recitare la parte degli scemi ossessionati. In TV però, l’ansia di comunicare velocemente i fatti marginalizza il pensiero e la riflessione, e qualche legittima domanda sarebbe meglio porsela lo stesso, ora. Ma questo l’ho già detto.

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The pruner – Il potatore principiante (Parte 3)

Maledetta motosega

Nei giorni successivi allestisco una piccola segheria sotto il vecchio fico, il luogo dove affetterò i lunghi tronchi ottenendone dei ciocchi adatti ad alimentare la stufa nella stagione fredda. Li ripulisco dai rami preparandoli a quella che mi sembra un’esecuzione, ed in particolare una ghigliottina. L’accuratezza con cui predispongo gli attrezzi conferisce solennità ai preparativi. Manca solo un prete per l’estrema unzione e, magari, un pubblico. I primi tagli avvengono in rapida successione, i miei muscoli sono tesi perché l’attrezzo va impugnato saldamente e l’odore di benzina misto a quello dell’olio fritto satura l’aria, assieme alle schegge di legno che finiscono in breve per ricoprire tutto. Dopo un paio di minuti spengo l’attrezzo per riposare un po’, certo di poterlo riaccendere  al momento opportuno ma, quando questo arriva, il motore si rifiuta di ripartire. Le provo tutte, tiro più volte la cordicella dell’accensione, inserisco lo starter, sollecito il sistema di adescamento del carburante, lancio qualche imprecazione ma naturalmente non ottengo nulla. Non ho una esperienza adeguata dell’attrezzo, l’ho comprato l’anno scorso usandolo in una sola occasione e temo inizialmente che si sia già rotto; per non sprecare la giornata, afferro le cesoie e, utilizzando solo quelle, mi dedico alla potatura della prima fila di noccioli che confina con il campo.

Potare è decisamente più interessante che segare, a mio avviso. Bisogna usare la testa, per selezionare le parti della pianta che necessitano di essere accorciate o rimosse del tutto. Serve raggiungere una visione chiara dello stato attuale e del risultato che si desidera ottenere e, come in una partita a scacchi, è necessario intraprendere le mosse giuste. Tutto semplice, in teoria, ma la realtà è diversa. Ti sorprende con mutamenti di prospettiva repentini. Tagli un ramo, poi un altro e la pianta ti sembra completamente diversa. “Ah!”, esclamo con stupore in più di una circostanza. Comunque per adesso i miei interventi sono molto cauti. Il nocciolo cresce in forma di grosso cespuglio a cui mi avvicino con una certa reverenza. Non voglio ferire la pianta più del necessario e il mio approccio consiste principalmente in piccole correzioni, sfoltimenti e alleggerimenti, ma nulla di drastico: e questo è assolutamente in linea con la mia condizione di principiante. Arriverà però il momento in cui dovrò valutare la pianta dal punto di vista strutturale, esprimere un giudizio impietoso sulle sue condizioni ed intraprendere le necessarie azioni correttive, indipendentemente dal loro impatto e grado di difficoltà. Per ora, però, grazie anche alla posizione favorevole di questi noccioli ben esposti al sole, le operazioni necessarie non sono troppe e risultano affrontabili anche da chi, come me, si è appena avviato lungo un cammino inedito.

Porto in clinica la motosega

Molto presto il mio rapporto con l’Alpina 3700 va in crisi. Ho difficoltà ad avviarla, riesco a farlo per un’ultima volta ma poi, durante i  successivi tentativi, qualcosa non va per il verso giusto. Fino a quando la motosega cessa definitivamente di funzionare. Dopo l’ennesimo tiro della cordicella di avviamento, giunge chiaro il segnale inequivocabile, un intenso aroma di benzina che invade le narici. Quasi sicuramente è ingolfata. Scorro il manuale che suggerisce una pulitura della candela “con uno spazzolino metallico” ma non dice dove questa sia collocata. La cerco preoccupato, infine la individuo in posizione tutto sommato comoda: è appena sotto la calotta in plastica smontabile che ripara gli organi interni e vicino al filtro dell’aria, protetta da una copertura di gomma nera. La candela è il cuore del sistema di accensione, è lì che scocca la scintilla che innesca magicamente la combustione. La svito non senza sforzo, perché è davvero ben serrata, e finalmente riesco a estrarla. Non ho alcuno strumento adatto alla pulizia con me ma appare comunque linda. L’avvolgo come una reliquia in un po’ di carta scottex  per asciugarla, dopo averla strofinata delicatamente e rimando al giorno successivo ogni ulteriore tentativo di riavvio.

Intanto procedo con le potature manuali, le più divertenti ma anche faticose: elimino i rami secchi, quelli contorti o attorcigliati, e quelli decisamente proiettati verso l’alto. Affronto diametri sempre più grossi, migliorando la tecnica con cui li recido: non mi limito più ad affondare la lama e stringere i manici in una morsa, ma la ruoto, incidendo da più direzioni, avanzando di millimetri preziosi dove il legno oppone minore resistenza, “mordendo” su più lati fino a quando sopraggiunge il cedimento definitivo, lo schiocco che anticipa il crollo, il momento in cui è meglio non farsi trovare impreparati: perché un ramo in testa fa male e, cosa ancora più grave, l’autostima può soffrirne!  E i rametti fanno brutti graffi, specialmente quelli secchi.

Trascino il tronco, che termina con una generosa chioma, nel campo limitrofo. Lo parcheggio in quella splendida area ricoperta di teneri ciuffi d’erba, libera, pianeggiante, che diventerà per un po’ la mia “Officina di Recupero tronchi & rami”, in cui rimuoverò le foglie e le derivazioni minori, accatastandole a formare un grosso mucchio, e ottenendo delle assi pulite pronte ad essere affettate con la motosega, quando e se uscirà dal coma in cui è precipitata. Trascorro in questo modo il resto della giornata, in un silenzio spezzato solo dai tonfi sordi che sanciscono l’ennesimo atto di taglio e successivo traino verso l’area dedicata.

Il blackout, però, purtroppo prosegue. Il giorno successivo la motosega non riparte e neppure il giorno dopo ancora. Sfoglio nuovamente il manuale sperando di incappare in qualche indizio rivelatore, poi navigo sul web e sui forum di meccanica, ma i pochi suggerimenti che trovo non mi aiutano a risolvere la situazione. Mi rassegno quindi all’idea di portare la macchina in riparazione. La chiave di ricerca “Assistenza Alpina” su Google Maps indica due diversi centri in Asti; scelgo il primo e telefono. “La avvisiamo però che noi, venerdì, chiudiamo per ferie”: in effetti siamo ai primi di agosto, ma i toni sono gentili e ci accordiamo per un tentativo;  in breve raggiungo la destinazione. Consegno la motosega al tecnico il quale, dopo alcuni vani tentativi di accensione, soffia aria compressa nell’alloggiamento della candela, dopo averla svitata: finalmente, dopo qualche tentennamento, l’attrezzo riparte. L’uomo, piuttosto giovane, mi danza davanti con l’Alpina accesa fra le mani, il freno della lama disinnescato, le rotazioni del motore al massimo ed il puzzo di frittura che satura l’officina: “L’aveva proprio ingolfata!”, mi dice sorridente saltellando quasi,  “è un po’ un giocattolo, questo attrezzo, ma ora le spiego come comportarsi” urla quasi, per sovrastare il rombo del motorino che ha ripreso a ruggire con la solita tonalità isterica. Spegne e riaccende più volte, infine mi passa l’aggeggio, soddisfatto e anche un po’ divertito. “Lei tiri l’aria, poi la corda d’avviamento fino a quando il motore non dà segno di avviarsi, poi tolga lo starter e continui a tirare. Se non chiude l’aria al momento giusto, la ingolfa.”. Questo per quanto riguarda l’avviamento a freddo, ma per quello a caldo? “Provi sempre ad accendere il motore senza usare lo starter. Se proprio non ce la fa, lo inserisca e disinserisca subito dopo”. Afferrato: parsimonia nell’uso della levetta rossa che apre e chiude l’aria. Proprio quella di cui ho abusato. Tentare sempre di riavviare senza aiuti, insomma, e non esagerare mai: ma queste nozioni, nel manuale, proprio non ci sono. Mi sorride, come per dire: “è anche per questo che siamo utili”. Non desidera essere pagato: mi congedo promettendogli di tornare in futuro per qualsiasi ulteriore necessità.

Non mi sembra vero: dopo giorni di rinunce, la lama meccanica torna in funzione. I lavori proseguiranno e potranno avanzare al livello successivo, consistente nella rimozione dei tronchi più grossi che non ho potuto tagliare a mano e nella preparazione dei ceppi per la stufa. Arrivato a casa, mi affretto a preparare la miscela grazie all’ausilio del contenitore con le tacche disegnate, che indica le proporzioni giuste di benzina e olio. Riempio il serbatoio e ripongo la motosega in cantina: domani si torna al lavoro con tutta l’attrezzatura. L’entusiasmo recuperato alimenta intanto l’idea di una revisione approfondita del noccioleto, che consisterà in una pulizia e riorganizzazione che ne smussi la vocazione monocolturale e meramente produttiva, trasformandolo in un luogo adatto al passeggio e al godimento, in modo più simile ad un giardino. L’idea, già radicata nel cervello da alcuni giorni, si è allargata come una pianta infestante ed ha conquistato troppi centimetri cubici di materia grigia finendo  per impossessarsi completamente di quella specie di cavolfiore contenuto nella scatola cranica, con conseguenze sulla mia esistenza che, nelle settimane a seguire, si riveleranno particolarmente incisive. Io, però, al momento sono solo innamorato di questo bel progetto ambizioso, faticoso di certo, ma davvero tanto promettente.

 

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Pensieri virali 11

Sul tracciato della ferrovia dismessa Spoleto – Norcia.

Da un mese e mezzo vivo, come tutti, in un tempo sospeso, in una dimensione di cui non conosco la geografia, né l’estensione. I vecchi punti di riferimento sono scomparsi dall’orizzonte, le antiche certezze si stanno dissolvendo un po’ alla volta. La quarantena è una nuova esperienza e, in quanto tale, si offre nelle vesti di un’occasione di cambiamento. Subìto e non ricercato, ma pur sempre tale. Non rendersene conto, almeno un po’, sarebbe un cattivo segnale, la prova di un animo inaridito e privo di aspettative incapace di accorgersi delle variazioni significative. Fortunatamente nel mio caso non è così, anche se temo che in troppi non siano più capaci di desiderare nient’altro che la vecchia normalità.

Ho trascorso gli ultimi quindici giorni in una condizione indefinibile, in un limbo che tende a collimare, non senza l’assillo del dubbio, con un interstizio compreso fra il passato ed il futuro. Nelle prime settimane seguite al 21 febbraio, il giorno in cui si registrò il primo caso di coronavirus in Italia, quello del runner trentottenne di Codogno sopravvissuto per miracolo alla spietata aggressività del morbo, avevo inquadrato l’entità degli sconvolgimenti economici e sociali che sarebbero derivati dalla pandemia, classificandoli come gravi e profondi. Un mondo progettato per non rallentare mai, figuriamoci fermarsi, strutturatosi sull’idea ottocentesca della velocità e del progresso tecnico scientifico come valori assoluti, cresciuto furiosamente, a partire dal secondo Dopoguerra, in complessità e dimensioni fino a soverchiare i limiti biologici del Pianeta, si sarebbe presto ritrovato in una pericolosa condizione di stallo, perfino peggiore di quella affrontata da un corpo il cui sistema cardiocircolatorio smetta di funzionare per alcuni minuti. Tentavo di immaginare per quanto tempo il flusso sanguigno avrebbe conservato la pressione necessaria ad irrorare gli organi vitali, e quanto a lungo l’ossigeno già immagazzinato avrebbe ritardato la comparsa delle prime tracce di necrosi nei tessuti. La risposta era sempre la stessa: pochissimo, perché questo organismo appartiene ad un atleta che fino a ieri correva come un pazzo in una competizione sfrenata, spendendo subito tutta l’energia che richiedeva con voracità.

Superata la novità iniziale e la curiosità verso il rapido mutamento delle abitudini quotidiane, le giornate in isolamento forzato hanno iniziato a trascorrere monotone. Questa parentesi è coincisa grossomodo con il picco dell’epidemia virale, in cui la costante narrazione prodotta dai mezzi di comunicazione ha surclassato il resto, come nella fase più acuta di una malattia, quando i segnali di dolore che provengono dal corpo imprigionano la mente impedendole ulteriori considerazioni. E’ stato allora che il passato ha cominciato a scivolare via, sebbene in modo inizialmente impercettibile, e i cardini attorno a cui gravitavano i pensieri abituali, positivi, negativi o rassicuranti che fossero, si sono gradualmente dissolti.

Solo adesso, proprio ora che scorgo i primi timidi bagliori dell’alba che segue alla lunga notte, comincio a rendermene conto. Accade perché il giorno nascente serba cambiamenti epocali, è un nuovo inizio gravido di interrogativi ed incognite. Il virus ha innescato una serie di reazioni a catena ingovernabili, perché complesso e imprevedibile è il sistema sociale ed economico che abbiamo costruito. Il crollo di un settore, ad esempio quello turistico, uno dei più colpiti, non avrà ripercussioni limitate al proprio circoscritto ambito, ma danneggerà altri rami produttivi che, a loro volta, amplieranno la portata della crisi. I mancati introiti non alimenteranno la crescita costante dei consumi e l’economia, se vorrà sopravvivere, dovrà abbandonare i vecchi schemi, fra i quali il paradigma dell’espansione illimitata che finora l’ha governata. Ci vorrà del tempo prima che la metamorfosi si compia, ma non ci sono alternative ragionevoli al suo progredire. Il virus non scomparirà per decreto legislativo e l’annunciata riapertura ai primi di maggio è da considerare una data simbolica, che segna l’avvio di un periodo inedito in cui non daremo per scontato quasi nulla di ciò che consideravamo sicuro fino al recente passato: se da un lato molte attività, per garantire la necessaria sicurezza, si svolgeranno secondo modalità diverse, da un altro gli investimenti in settori un tempo consolidati, ma che difficilmente si confermeranno ai livelli antecedenti alla crisi, non risulteranno più profittevoli e questo implicherà un loro ridimensionamento. Il fattore tempo sarà essenziale: insistere sul vecchio approccio potrà rivelarsi fatale e prima i decisori politici, gli economisti e i capitani d’impresa se ne renderanno conto, meglio sarà per tutti.

Molto probabilmente il cambiamento non sarà fulmineo, ma risulterà graduale e forse anche per questo inarrestabile: si riorganizzerà tutto un pezzo alla volta, sulla base delle necessità. E’ trascorsa l’epoca dell’illusione di poter piegare ogni cosa, biologia inclusa, al nostro volere incostante e capriccioso: stiamo entrando in una nuova era, quella dell’adattamento a condizioni in perenne mutamento e perciò poco governabili. Non sarà un passaggio indolore né breve, ma forse sarebbe potuto accadere in circostanze ben peggiori.

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The pruner – Il potatore principiante (Parte 2)

Avviamento a corda

Primo giro di ronda. Un mattino di piena estate, non troppo caldo considerando i tempi che viviamo. Cammino lungo la scarpata, ai margini della quale è allineato il primo filare di noccioli. Prendo le misure ad occhio. Individuo i rami da tagliare di netto: sono cresciuti troppo, non sono armoniosi, puntano verso l’alto alla ricerca della luce e gettano ombra sul resto. Le loro chiome sproporzionate sovrastano i tetti. Vado di grosse cesoie, affondo le lame alla base, stringo i manici; alla prima incisione il giovane ramo schiuma abbondantemente, è pieno di linfa e di vita. Premo con decisione, poi rifiato ed imprimo una pressione ancora maggiore. La lama avanza faticosamente, trancia di netto le fibre ed il legno inizia ad aprirsi. Arretro allargando i manici della grossa forbice. Riparto provocando ulteriori rotture fino al cedimento definitivo. Il tronco, tagliato di netto, a quel punto cade, colpisce la terra scura, si inclina, flette per un attimo, sembra indeciso sulla direzione della caduta, poi si schianta definitivamente e fragorosamente, con tutti i rami e le foglie verdi che rovinano al suolo. Ho appena tagliato uno di quegli enormi (così mi pare in questa prima giornata di lavoro da potatore) “pali” che davano fastidio alle grondaie dell’abitazione di Gino, il vicino. Pochi centimetri di diametro in realtà, perché hanno un’età limitata e sono molto elastici, esattamente come tutti quelli su cui agirò oggi. Dopo alcune ore di piacevole lavoro torno a casa, fiero del risultato ottenuto, non troppo stanco e sicuro di aver capito tutto, o almeno abbastanza. Con fare circospetto, transito davanti al raggruppamento odierno di vespe, che si sono radunate proprio dove sorgeva la tana che ho aspirato pochi giorni prima. Mi impensierisco, ma il fresco dell’appartamento mi accoglie piacevolmente, insieme alla doccia e alla successiva cena.

E’ un nuovo, promettente giorno. Oggi si impiega la motosega! Metto dunque il pulsante rosso di accensione sulla posizione ON. Effettuo cinque o sei “poppate” sul sistema di adescamento del combustibile. Tiro lo starter, poiché l’avviamento è a freddo, e poi la cordicella dell’accensione vera e propria. Una, due, tre, quattro volte, il motore tossisce, sembra avviarsi, allora chiudo l’aria, ripeto l’operazione e finalmente il marchingegno si avvia. Freno della catena innestato, affondo sul gas per mandare a temperatura il macinino. L’odore ricorda vagamente quello di frittura, perché il motore è un due tempi che va a miscela richiedendo una piccola percentuale d’olio. Quanto basta per riportarmi con la memoria a quando, da bambino, mi passava davanti un motorino (all’epoca non esistevano ancora gli scooter), come il famoso Ciao, e l’aria si riempiva del puzzo di benzina aromatizzata dalla presenza dell’olio bruciato. Mi avvicino con un una certa preoccupazione al primo tronco, che avrà un diametro di otto, dieci centimetri. Gambe allargate e piedi piantati stabilmente per terra, così il  manuale della motosega suggerisce caldamente. La mano sinistra stringe forte l’impugnatura mentre la destra svolge due compiti: con il palmo spinge la leva che permetterà lo sblocco dell’acceleratore, mentre l’indice preme su quest’ultimo. Il motore schizza su di giri, ma la catena non si muove: ho dimenticato di sbloccare il freno. Lo disinserisco con un movimento all’indietro della placca di plastica vicino all’impugnatura accompagnato da un sonoro clac. La catena adesso scorre che è un piacere, ogni volta che l’indice sfiora l’acceleratore avanza veloce pronta ad affettare qualsiasi cosa.

Con decisione affondo allora la lama nel legno tenero. E’ un’esplosione di schegge in tutta l’aria circostante che investe ogni cosa, me compreso. Per fortuna ho una protezione al volto che impedisce che i minuscoli frammenti raggiungano gli occhi, ma le braccia, le gambe, le spalle e i capelli si riempiono di pezzetti di legno. Al suolo la segatura ricopre tutto, sembra di essere in una falegnameria. Procedo applicando una pressione decisa e costante che permette alla lama di avanzare con facilità, fino a quando il taglio non è completo ed un nuovo tonfo sancisce la fine dell’operazione di taglio. Quel tronco così lungo avrebbe potuto investirmi durante la caduta, ma fortunatamente si è adagiato sul fondo della scarpata, grazie all’inclinazione: dovrò tenere maggiormente in considerazione questo fattore.  Spengo la motosega e non la riaccendo più per il resto del giorno, perché non riuscirò a riavviarla nuovamente. Torno a casa, salgo le scale e, sul pianerottolo, il ronzio delle vespe senza più fissa dimora mi dà il benvenuto.

 

Potatore seriale

Sarà una giornata difficile per i noccioli ai bordi della scarpata che confina con le abitazioni: cesoie e motosega insisteranno alternandosi, spartendosi le prede in base al diametro delle stesse: rami fino a tre, quattro centimetri le prime, tronchi più grossi la seconda. La casa di Gino è una lunga e grossa cascina, intonacata di un grigio uniforme che non rende giustizia all’architettura piacevole e all’energica allegria del proprietario e che vede, lungo il suo lato posteriore, ben sette noccioli allineati, vigorosi nella loro ricerca della luce, slanciati impetuosi verso il cielo, ma colpevoli di condannare  tutto ciò che è al di sotto ad un umida oscurità satura di insetti molesti. Le grondaie della casa sono parzialmente coperte dalle fronde verdi e, invece di intercettare l’acqua piovana, si riempiono di foglie intasando i tubi sottostanti. Analizzo dal basso la situazione e non ho difficoltà ad individuare gli interventi necessari, che mi terranno impegnato per circa due giorni, entusiasmandomi. Ed è questo il vero problema, l’entusiasmo; perché, insensibile alla fatica ed in preda ad una specie di estasi mentale, mi propongo di rivolgere adesso all’intero noccioleto le stesse “cure” che sto destinando ai sette alberi confinanti con la cascina di Gino, che ora si presentano in una nuova, inedita forma alleggerita, meritevole di lasciare filtrare il sole e di non molestare più le grondaie di nessuno. Le parole di apprezzamento che ricevo dall’interessato al termine di questa prima serie di interventi non fanno altro che aggravare la situazione: “Ho visto l’ottimo lavoro che hai fatto, Fabio!”. Parole che mi galvanizzano, mi proiettano definitivamente in un futuro in cui ho rimodellato completamente il noccioleto. “Ho intenzione di continuare!” ribadisco felice e nella mente si affastellano visioni oniriche di spazi rigenerati, incognite e sfide: una mescolanza irresistibile, che dona slancio alle mie azioni e mi carica di una determinazione destinata a perdurare. Fin troppo a lungo.

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The pruner – Il potatore principiante (Parte 1)

La scorsa estate ho scritto un racconto: è la storia di un’avventura di scoperta e del più impegnativo lavoro fisico che abbia mai compiuto: un intervento su circa 60 piante di noccioli, i miei, che avevano bisogno di essere potati, a dire poco.
L’ho scritto in una decina di sere in modo da lasciare ai posteri una testimonianza, nel caso in cui non fossi sopravvissuto alla fatica. Le sessioni di stesura si sono sempre accompagnate ad un paio di fresce birre doppio malto, il che mi conferma che la scrittura può indurre alcolismo. Dopo averlo pubblicato su Amazon come esperimento, lo rilascio a puntate su Facebook e qui sul blog… confidando che la quarantena attiri qualche lettore in più dei soliti due e mezzo!

Prologo

Da quando le ho risucchiate  per la prima volta con il bidoncino, l’aspirapolvere industriale che ho acquistato due anni fa, mi perseguitano. Le vedo ovunque, è come se mi seguissero, percepissero e tracciassero ogni mio movimento. Nere e gialle, degli stessi colori del bidoncino industriale aspiratutto, ma dotate in più di ali ronzanti che conferiscono scatti repentini al loro minuscolo organismo. Vespe, esserini schizoidi e onnipresenti, minuscole presenze che ormai mi circondano.

Ebbene lo confesso. Due settimane fa, forse tre, non ricordo, ho distrutto alcune loro tane. Non mi sono limitato a colpirle con la punta dell’aspirapolvere, mandando in frantumi quella particolare architettura circolare composta di fango che loro stesse costruiscono con notevole abilità, ma ne ho aspirate diverse. Un bel po’ a dire il vero, prima che si destassero e cominciassero a ronzare in una piccola nube di terrore. Avevano costruito i loro nidi sul balcone e sul pianerottolo, generando un via vai operoso che non mi lasciava tranquillo. Ed era pure antiestetico, sporcava la pittura chiara e lasciava tracce sul muro. Avevo deciso di affrontarle, con la manopola della potenza dell’aspirapolvere settata sul massimo ed il sibilo acuto e feroce del motore che sovrastava ogni rumore circostante, producendo una strage.

Seguirono riunioni, che parevano consigli d’amministrazione o peggio, incontri segreti di mafiosi che comunicano in codice. Gruppi sparuti di sopravvissute si davano appuntamento sul luogo della strage (i segni ancora evidenti sulla pittura chiara) e discutevano, progettavano (vendetta?). Comunicavano nel modo in cui lo fanno le vespe: stando vicine, immobili. Da cosa deduco che si stessero scambiando “idee”, ti starai chiedendo? Dal fatto che rimanessero assolutamente ferme, ognuna orientata in direzione di un invisibile falò centrale verso cui le testoline si rivolgevano. E rimanessero a lungo in quella posizione. Ho temuto per la mia epidermide, la salute, per la mia vita, ogni volta che transitavo lì davanti. E lo facevo spesso. Continuo a temere a dire il vero, ogni mattina in cui mi alzo, faccio colazione, mi lavo e mi reco all’esterno, a lavorare nel campo. Come loro, esattamente: in modo indefesso incrollabile assiduo. Per fare cosa? Potare, naturalmente, irti, intricati, abominevolmente ipertrofici “cespugli” di noccioli.

Questa è la dimensione che sto vivendo da settimane ormai: quella di un fottutissimo potatore. Esiste la mansione del potatore? Non lo so: c’è il giardiniere, che fa un po’ di tutto, compreso il taglio delle piante.  Anche in un’epoca di iper-specializzazione come quella che affannosamente viviamo, credo proprio non esista una professione così particolare. Eppure da almeno tre settimane non faccio altro, oltre ad alimentarmi e ad espletare i miei bisogni fisiologici: tagliare, tagliare, tagliare e ancora tagliare.  Ad libitum

 

Antefatto

Fine luglio, anno 2019 d.C. La tecnologia mi fa un baffo, altro che sistemi d’irrigazione! Il canale di accumulo dell’acqua piovana che ho scavato è proprio bello. Non è proprio in piano forse, c’è un po’ di soft tuning da effettuare per aggiustarlo e renderlo efficace al cento per cento, ma mi piace un sacco. Gli scavi con la pala sono stati faticosi, ma il terreno è in tempera, grazie alle precipitazioni abbondanti e nonostante le temperature elevate. Quando pioverà di nuovo l’acqua, invece di scorrere via, rimarrà intrappolata in quel solco che ho creato ed irrigherà i tre alberelli immediatamente a valle. Permacultura ragazzi, una diversa visione della tecnica agricola in chiave sostenibile.

Dopo una buona mezza giornata impegnato nel campo, sto tornando stanco e soddisfatto a casa quando incrocio Gino l’inossidabile, il vicino ottantottenne dal fisico ancora forte, vibrante ed allegro come sempre. Vive a torso nudo d’estate, mostrando a tutti noi il petto villoso e fiero,  i bicipiti ancora tonici e le gambe scattanti. Discutiamo del più e del meno per un po’, poi mi chiede con gentilezza di accorciare quei noccioli che, confinando con la sua abitazione, intasano le grondaie con le foglie cadute, impedendo all’acqua di scendere e creando qualche piccolo guaio con il pozzo in cui si accumula. “Non c’è problema, Gino, ci mancherebbe! Ti dirò, stavo proprio pensando di potare i noccioli.”. Parlo, ma non sono poi così consapevole di quello che sto dicendo. Cesoie, tronchesi, troncarami, forbicione: chiamatele come vi pare, le possiedo. Attendono solo di essere usate proficuamente. Si prospetta una lunga serie di tagli che rimetterà tutto in ordine. Una sessantina di piante su cui intervenire: impegnativo, certo, ma fattibile. Sei o sette di queste per accontentare Gino e poi, dopo il rodaggio, un intervento esteso al resto del gruppo, per sfoltire, ringiovanire, rigenerare. E la motosega, l’Alpina 3700 gialla e nera (come le vespe e come il bidoncino aspiratutto!), ovviamente made in China e da ben – si fa per dire – trentasette centimetri cubici di cilindrata, la bellezza di uno-virgola-sei cavalli di potenza, un regime di rotazione massimo pari a undicimila giri al minuto (altro che Kawasaki) e per finire, la miscela olio-benzina che odora vagamente di frittura quando è in funzione: finalmente potrà rullare a dovere, invece di invecchiare chiusa in uno scatolone in cantina. E per quanto mi riguarda, mi attende una nuova avventura: la potatura del noccioleto: prima volta, che meraviglia!

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Pensieri virali 10 (e buona CoronaPasqua)

Rocca Calascio e le sue quattro torri-cisterne

“Si salverà chi non ha voglia di fare niente, non sa fare niente”, canta provocatoriamente Franco Battiato nel brano “La torre”, pubblicato nel 1982. Non certo un’affermazione da prendere alla lettera, ma da contestualizzare all’interno della critica mossa dall’autore alla civiltà dei consumi, ravvisabile in gran parte della sua ampia produzione discografica. Il senso è più o meno questo: all’interno di un sistema ipercinetico come il nostro, e certamente vocato all’autodistruzione, restare fermi, anche per mancanza di abilità o per pigrizia, è sempre preferibile alla pedissequa adesione. Secondo il contenuto del testo, tale atteggiamento è sufficiente da solo a garantire la sopravvivenza di chi lo mette in pratica, perché costui non rischierà di cadere dalla torre sfracellandosi, come accadrà, invece, a “tutti quelli che credono in quello che fanno”, ma non si sono mai domandati perché lo fanno.

Parole in apparenza profetiche, frutto di studio e di una presa di coscienza autonoma, personale e controcorrente, realizzatasi proprio in un periodo in cui la società stava imboccando con feroce determinazione la direzione che tutti sappiamo.

Tuttavia la storia è imprevedibile e la realtà, a mio avviso, supera sempre la fantasia. Nessuno, appena due mesi fa, avrebbe potuto davvero credere che il mondo si sarebbe arrestato di colpo e che metà della sua popolazione, per garantirsi la mera sopravvivenza, sarebbe stata costretta a diventare “pigra” e “fannullona” in modo coatto: ancora una volta restare immobili, non partecipare, smettere di prestare le proprie energie alla grandiosa opera di distruzione planetaria chiamata progresso, si rivela la migliore strategia, proprio come cantava Battiato. Una scelta necessaria dalle molteplici implicazioni, non solo pratiche: “dormire e non pigliare pesci”, dimenticarsi che “il tempo è denaro”, svincolare il pensiero dalla necessità di inseguire sempre gli stessi obiettivi predeterminati trascurando la propria umanità, è un atto culturalmente rivoluzionario, la cui efficacia si rivelerà tanto maggiore quanto più lungo sarà il tempo della quarantena. Accadrà e sta già avvenendo, che ci piaccia o meno, nonostante la strenua resistenza che tutti noi, seppure in modi molto diversi, continuiamo ad opporre, e tuttavia destinata alla capitolazione.

Il virus ce lo sta dicendo forte e chiaro: “Io mollo solo se vi arrendete prima voi. Non fate i furbi e non crediate di ingannarmi. Non cercate scorciatoie per tornare quanto prima alla solita vita. Non scappate al mare o in montagna, perché io sarò lì ad aspettarvi. Non pensiate di riattivare le vostre catene di montaggio, le vostre rotte aeree e le fitte maglie dei commerci globali, perché io le infetterò e mi propagherò attraverso quelle. Io mi farò da parte solo quando avrò raggiunto il mio scopo, quando rileggerò sui vostri volti l’umiltà che avete da troppo tempo dimenticato. Quando la deriva umana si sarà arrestata. E sarò sempre pronto a tornare fra di voi, al primo errore da parte vostra. Con affetto, Covid-19”.

L’inedita quiete di un aprile profumato e immobile ben si accorda con il silenzioso processo di rigenerazione interiore che è in corso, ne costituisce allo stesso tempo il prodotto e la causa, stempera con la dolcezza del risveglio della natura il dramma della metamorfosi di un mondo in liquefazione, facendo apparire il crollo perfino desiderabile. Stiamo già meglio di prima?

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