Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino

Finalmente il mio nuovo libro “Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino” è in libreria!

Dal retro di copertina:

“Dai viaggi in bicicletta si può imparare molto. Privilegiando la faticosa lentezza del mezzo a due ruote rispetto alla comoda velocità dell’automobile, ci si riappropria più facilmente della dimensione umana dell’esistenza che la modernità sembra aver pericolosamente accantonato. Le distanze percorse tornano a esprimersi sulla base di parametri soggettivi, e questo porta a maturare una visione alternativa e non stereotipata del territorio.

Cicloturista di lungo corso, Fabio Saracino si è messo sulle tracce dell’autenticità e dell’identità che il progresso ha quasi ovunque cancellato. Questa ricerca l’ha portato stavolta in Appennino, la spina dorsale d’Italia in cui continua a conservarsi ciò che la pianura ha dilapidato: le tradizioni, la genuinità delle relazioni sociali, la capacità di mantenere un rapporto di equilibrio con l’ambiente naturale, una residua dimensione agropastorale, una gastronomia ancora espressione della specificità territoriale, storica e culturale. Ha scoperto paesaggi meravigliosi ed ecosistemi intatti che non hanno nulla da invidiare a quelli alpini, ma di cui si parla solo quando occorre un evento tragico. Ha esplorato borghi colpiti da terremoti recenti e passati, che lentamente ma con silenziosa caparbietà si stanno risollevando, nonostante la diaspora dei loro abitanti.

L’Appennino gli si è rivelato come un luogo fisico custode di un’altra dimensione esistenziale, un punto di collegamentofra passato e presente e fra Mediterraneo ed Europa, un potenzialelaboratorio in cui sperimentare nuove e più armoniose modalità distare al mondo. E ora ce lo racconta in questo libro, il diario del suo viaggio in bicicletta iniziato nell’Oltrepò Pavese e terminato nel Parco del Pollino: migliaia di tortuosi chilometri di storia italiana”

Guarda il booktrailer del libro: https://www.youtube.com/watch?v=tIJTFOetXZs&t=1s

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La Pietra di Bismantova

Riprendo a pedalare immergendomi di nuovo nella foresta. A ogni curva mi domando se sia la volta buona, quella in cui mi comparirà davanti la Pietra, sovrastandomi. Pedalo con lo sguardo proteso al di là delle alte chiome, di un verde tenerissimo che sa di primavera appena sbocciata. E poi, finalmente, la vedo. All’inizio soltanto una porzione, poi un versante intero, quello sudorientale, il più spettacolare. Emerge dai boschi con la sua mole possente, la sommità piatta e le pareti verticali levigate, irregolari e inviolabili, che sembrano animarsi in una sequenza di cornicioni, rientranze e torrioni, corrucciarsi, assumere espressioni diverse a seconda della prospettiva. Sull’arenaria che la costituisce, scolpita, modellata, striata, fratturata, tormentata, riconosco dei volti allungati, rigonfi e deformi, per metà umani e per l’altra mostruosi: giganti allineati uno a fianco dell’altro, dai cui visi bitorzoluti scendono lacrime scure che macchiano la roccia beige e giallina, come mascara inumidito che colando riga le guance. La Pietra è magicamente viva, è come se respirasse, e il suo alito, condensandosi nell’atmosfera, forma una corona di vapori che ne cela parzialmente la sommità.

Tratto da “Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino”, disponibile in libreria.

Link Amazon: https://www.amazon.it/ADAGIO-MA-NON-TROPPO-DELLAPPENNINO/dp/8892780204

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Adagio ma non troppo. Booktrailer 1

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2780 km in bicicletta lungo l’Appennino

Un gregge sull’Altopiano delle Cinquemiglia in Abruzzo

Da alcune settimane è disponibile in libreria (anche su store online come Amazon, Ibs, Libraccio, ecc.) il mio nuovo libro “Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino”. È il racconto del lungo viaggio in bicicletta che mi ha condotto dall’Oltrepò Pavese al Parco del Pollino, fra Basilicata e Calabria, lungo la colonna vertebrale d’Italia. In circa 280 pagine troverete aneddoti, storie e informazioni sull’esperienza vissuta e sui territori visitati; adesso vorrei però soffermarmi sui motivi che mi hanno spinto ad esplorare l’Appennino. La lista non è esaustiva e non è escluso che in futuro possa aggiornarla.

  • l’Appennino è una “seconda Italia” di cui non si parla mai: un motivo più che sufficiente per accendere la mia curiosità. È spopolato, perché dal Dopoguerra in avanti gli abitanti si sono trasferiti nelle grandi città, per inseguire nuove opportunità di lavoro; è dimenticato, anche dalla politica, perché le piccole comunità di montagna non portano voti; vi si custodiscono tradizioni, antichi saperi, gastronomia tipica e abilità artigianali che la società dei consumi si è lasciata alle spalle
  • l’Appennino rappresenta una dimensione esistenziale alternativa rispetto a quella cittadina, e non solo dal punto di vista geografico o morfologico, ma anche antropologico. È un luogo dove si possono vivere incontri autentici con persone profondamente umane, che possiedono storie, testimonianze, punti di vista originali da raccontare
  • nonostante la relativa scarsità di abitanti, paradossalmente non si è mai soli in Appennino. A differenza della città, dove il sovrannumero condanna ad un certo isolamento, per i vicoli di un paesino, in un bar o in una piazzetta, capita con facilità di imbattersi in un passante, salutarlo e parlarci. Si ha la possibilità, più che altrove, di conoscere molto attraverso il semplice dialogo
  • viaggiare in terre dimenticate dai grandi afflussi turistici è affascinante: si va alla (ri)scoperta di territori intatti o quasi, dove la wilderness di ritorno sta determinando l’avanzata della natura che si riappropria delle terre abbandonate
  • da sempre avverto una prticolare affinità con la montagna, che alimenta il mio desiderio di esplorazione, una molla necessaria affinché un viaggio in bici riesca bene
  • le Alpi sono fantastiche, ma il turismo di massa ne ha slavato l’anima. Troppe infrastrutture turistiche, troppi messaggi pubblicitari, troppe persone ne hanno indebolito lo spirito originario. L’Appennino è una zona franca, libera da moltissimi condizionamenti
  • la bellezza dell’Appennino non è seconda a quella delle Alpi e, procedendo verso Sud, il connubio fra la luminosità, i colori vividi e l’aria fine dell’alta quota costituisce una magnifica esperienza sensoriale
  • in Appennino si mangia sempre bene e, a volte, divinamente!
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Improvvisare, o quasi, un viaggio in bicicletta

Il viaggio in bicicletta con cui ho esplorato l’Appennino è stato in gran parte improvvisato. Detta così, forse l’affermazione non suona granché bene. Dunque provo a spiegare cosa ha significato per me tale approccio.

Da qualche anno sognavo di percorrere l’Italia lungo la sua colonna vertebrale e nel 2017 ci ero andato vicino: dopo aver pedalato per oltre 3500 chilometri in tutto il Sud, Isole Maggiori comprese, il mio programma prevedeva di risalire seguendo la dorsale appenninica. Purtroppo, quell’estate il caldo eccessivo mi mise fuori gioco e fui costretto a rinunciare.

Due anni dopo ci ho riprovato. In un luminoso giorno di maggio, uno dei primi al termine di una lunga coda di piovose perturbazioni primaverili, sono salito in sella e ho iniziato a spingere sui pedali. È stato spontaneo improvvisare ciascuna tappa. Ogni mattina, mentre consumavo la colazione, aprivo la cartina e sceglievo una direzione.A dire il vero, nelle settimane prima della partenza avevo messo a punto uno scarno canovaccio, che anticipava a grandi linee una possibile evoluzione, senza perdersi in troppi dettagli. Non servì a nulla: ho ampiamente e felicemente disatteso i mie stessi piani, per quanto vaghi fossero.In effetti il divario che sussiste fra lo starsene comodamente seduti alla scrivania e l’imprevedibilità della strada ha vanificato il lavoro di programmazione, ma penso che questo sia stato un bene.

Uno degli aspetti più entusiasmanti del viaggiare, infatti, risiede per me nel piacere della scoperta, nel lasciarmi sorprendere e meravigliare, nel permettere che la curiosità e l’intuizione siano le mie guide. È anche bello imparare a interpretare la morfologia del territorio e inseguirne gli sviluppi, oppure ascoltare i suggerimenti appassionati delle persone che si incontrano lungo il percorso .Sarebbe un delitto rinunciare a tutto questo, solo per fedeltà ad un’idea astratta, ad una linea rossa disegnata sulla cartina.

“Adagio ma non troppo. Viaggio alla scoperta dell’Appennino” è disponibile da febbraio in libreria, online e non.

Guarda il booktrailer del libro: https://www.youtube.com/watch?v=tIJTFOetXZs&t=1s

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The pruner – Il potatore principiante (parte 8)

Gino il vicino, eroe omerico

Ogni tanto Gino e la sua compagna, Pierina, tipico nome piemontese che rievoca epoche lontane ma evidentemente e fortunatamente non del tutto scomparse, si affacciano alla finestra della loro lunga abitazione (sempre quella, la cascinona dall’intonaco grigio uniforme che confina con il noccioleto) che dà sul retro e mi parlano, ufficialmente per sincerarsi dello stato di avanzamento dei lavori, in realtà per assicurarsi che io non sia morto di fatica, per dissanguamento da ferita finale da motosega, o per disidratazione, sotto questo sole implacabile da pieno global warming. Colgo l’occasione per aprire una piccola parentesi e riferisco che la somma delle età della vivace intraprendente spassosa coppia ammonta ad oltre centosettanta anni.

Se vi capitasse mai di parlare con Gino, sappiate che sarà altamente probabile venire a conoscenza di aneddoti che riguardano il passato di questo posto, di cui la lunga e lucida memoria dell’uomo è piena. Grazie ai suoi racconti riesco a scoprire molto della storia locale, mentre mi rendo conto che così si realizza un trasferimento concreto di informazioni fra generazioni diverse e che, se io non fossi qui adesso, probabilmente non ci sarebbero altri giovani a cui destinarle e finirebbe tutto nel dimenticatoio. Si tratta delle storie di questa piccola borgata, una frazione di un comune appena un po’ più grande situato nel punto in cui Langhe, Roero e Monferrato si incontrano, una specie di spirale cosmica in miniatura in cui galassie diverse entrano in contatto e generano un vortice, o almeno io me la immagino così. Grazie a Gino sono venuto a sapere, ad esempio, che quel pesantissimo carro dotato di torchio che sostava da tempo immemore nel mio cortile, tanti decenni fa girava trainato da un mulo per tutta la borgata, spalmata allora come oggi sul versante di un morbido colle coltivato con sapienza, e permetteva a tutti coloro che possedevano una vigna di pigiare l’uva per produrre così il proprio vino, su richiesta. Sarà anche vero, anche se io non ci credo tanto, che una volta si soffriva la fame, ma la sete non si pativa di sicuro, almeno da queste parti…

 I racconti più strabilianti di Gino riguardano però le sue mirabili gesta, degne di un eroe omerico. Atti di una virtute psicofisica eccezionale. Non sto scherzando e io non dubito di quel che dice. Segue un breve elenco delle sue imprese epiche, sicuramente incompleto alla data attuale (fine agosto del 2019):

  • Alluvione del 2000 (o del ’94, ma tanto è lo stesso): le rive del vicino Tanaro si riempiono di legname trasportato dalle acque esuberanti e Gino, che si scaldava all’epoca con la stufa (nel frattempo è passato al pellet, imborghesendosi un po’, il “ragazzo”…), non esita a raccoglierne decine di tonnellate che gli consentono di non spendere un euro in riscaldamento per i successivi quattordici anni (quattordici anni, ragazzi, ma vi rendete conto di quante tonnellate di legna ha raccolto?)
  • Al pian terreno della casa, Gino ha scavato di un metro buono nel tufo, per poter ripavimentare e fissare delle nuove fondamenta. Il dato eclatante è che i lavori sono stati svolti da lui in modo completamente manuale, sia lo scavo con una semplice picozza, che la rimozione ed il trasporto con la carriola del materiale da smaltire
  • Non ricordo più, probabilmente perché il mio cervello si rifiuta di accettare il dato, quante tonnellate di limo del Tanaro Gino abbia prelevato con il “trattorino”, come lo chiama lui, trasportandole fino al proprio vigneto, che terminava con una scarpata trasformata, grazie alla sabbia fluviale aggiunta e modellata con la sola forza delle braccia, in un morbido declivio
  • Più recentemente, alla veneranda età di 87 anni (l’anno scorso, dunque), Gino ha riempito ben sei sacchi neri, di quelli usati per la spazzatura, con foglie di castagno pressate; li ha caricati uno per volta nella sua piccola Panda e li ha infine usati come concime nell’orto, ricevendo in cambio, al successivo raccolto, frutti belli e grossi, grazie a quel semplice e genuino fertilizzante naturale

L’elenco delle gesta di Gino è sicuramente incompleto. Tuttavia permette di spiegare, dal mio punto di vista, come mai un ottantottenne disponga ancora di una vitalità totalmente fuori scala e di un fisico tonico e muscoloso da fare invidia a sportivi con vent’anni in meno. Gino è un umano, un bipede mortale, a cui però gli Dei dell’Olimpo guardano con rispetto, di sicuro.

Forse quando avrò terminato la potatura del noccioleto, anche io potrò entrare nella considerazione degli Dei dell’Olimpo, o almeno sperare che ci pensino.

Inconvenienti atto III – Braccia infiammate

Dopo circa tre settimane nel noccioleto, specchiandomi studio gli effetti del duro lavoro sul mio fisico, che si rivela asciutto e irrobustito, con muscoli che hanno acquisito tono, sono guizzanti e più definiti. Appaio in forma e l’espressione sul volto è quella di chi, pur con qualche patimento, è serenamente risoluto a procedere fino alla fine, ormai prossima. Non mancano le tracce della fatica, ma la determinazione vince ai punti.

Registro però anche un problema assai fastidioso che si propone specialmente di notte e proviene da entrambi gli arti superiori, sotto forma di dolorosissime infiammazioni ai nervi e ai tendini causate dalla combinazione micidiale fra l’utilizzo costante delle cesoie, la posizione scomoda e innaturale assunta durante le sessioni con la motosega e l’azione frequente di sollevamento e trascinamento dei rami più pesanti. Con il riposo la muscolatura si raffredda e fitte lancinanti mi svegliano di notte obbligandomi a cercare posizioni utili ad alleviarle. Ho anche difficoltà a chiudere completamente a pugno la mano destra, probabilmente quella più sollecitata, e le estremità tendono spesso ad “addormentarsi” generando un fastidioso, se non addirittura doloroso, formicolio.

Le infiammazioni continueranno fino alla fine dei lavori e anche oltre, seppure placate, grazie anche al riposo giornaliero che mi concedo quando avverto che non è possibile procrastinare ulteriormente una sospensione momentanea dalle attività.

L’ultimo filare

L’ultimo filare è come la prova decisiva al termine di un lungo viaggio pieno di incertezza, difficile ed intenso. E’ un traguardo a lungo agognato, immaginato e ricercato; non per la fretta di terminare con l’opera, anche se un po’ pure per quella, ma soprattutto perché durante tutto il periodo in cui mi sono impegnato, e alla fine di ogni giornata in cui ho contato il numero di alberi potati per sapere quanti ne sarebbero rimasti, ho cercato di visualizzare il momento in cui mi sarei trovato finalmente di fronte a quella particolare fila, a come mi sarei sentito nell’istante prima di iniziare ad intaccare l’ultima serie di cespugli, con alle spalle un mese coinvolgente, faticoso ed appassionante.

L’ultimo filare offre meno resistenza degli altri, forse, in quanto i suoi alberi sono un po’ più bassi e meno folti, probabilmente perché su un lato sono completamente liberi e, non essendoci immediatamente oltre nient’altro che un grande prato verde, possono ricevere direttamente i raggi del sole pomeridiano. Oppure è meno difficile degli altri perché nel frattempo io sono diventato più forte e abile, so cosa è possibile ottenere valutando la situazione iniziale e come intervenire efficacemente.

L’ultimo filare come un sipario al rallentatore, mano a mano che cesoie e motosega aprono squarci nel muro verde, svela un po’ alla volta la bella vista sulle colline circostanti, disposte a mo’ di anfiteatro su cui, nella parte più alta, svetta la sagoma squadrata ed equilibrata del castello savoiardo ed in quella più bassa, sul palcoscenico piatto, mi trovo io adesso.

Cadono gli ultimi rami recisi facendo ondeggiare le foglie e la luce del tardo pomeriggio, filtrando attraverso le chiome diradate, torna ad illuminare il sottobosco a lungo dimenticato.

FINE

Non vedo più vespe da un po’ di tempo, sul pianerottolo: le silenziose riunioni attorno al falò immaginario evidentemente non sono state rinnovate. Ogni tanto però incontro ancora qualche esemplare solitario di pattuglia. Fino a quando, aprendo la portiera della mia autovettura parcheggiata in cortile, ne scopro una manciata addensata nello spazio compreso fra le lamiere, in silenziosa attesa…

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The pruner – Il potatore principiante (parte 7)

Spionaggio

Stringo il volante con entrambe le mani, poi stacco la destra per scalare marcia anticipando la svolta e, dopo la curva, percorro una stretta strada in discesa circondata da noccioleti. Rallento l’andatura fino a quasi fermarmi e volgo furtivamente lo sguardo all’esterno, in cerca di indizi. Abbasso il finestrino e mi sporgo. Esamino chioma, struttura, radici di ogni cespuglio di nocciole, alla ricerca del segreto per ottenere il rapporto ottimale fra la forma e le proporzioni, fra le parti esposte alla luce e il numero di ramificazioni, nonché il loro sviluppo e disposizione. Verifico la distanza fra ogni filare e fra le piante all’interno del medesimo; se il terreno è glabro oppure inerbito e se a terra cominciano ad accumularsi i primi frutti. Perché quest’anno la produzione di zona (siamo nelle Langhe) è modesta e questo è uno dei motivi per cui ho comunque deciso di affrontare una potatura spinta, consapevole di perdere poco.

Accelero e guido fino al successivo impianto. Vado avanti così per un po’, incuriosito e desideroso di scoprire i segreti di queste coltivazioni. Alcuni di questi noccioleti sono molto estesi, ma tutti particolarmente giovani perché negli ultimi anni la richiesta di frutti da parte delle multinazionali, Ferrero in testa, è esplosa, e i proprietari terrieri ritengono di poter ottenere guadagni interessanti attraverso la produzione delle nocciole. Peccato che l’approccio industriale seguito nella stragrande maggioranza degli impianti non gioverà all’ambiente e neanche al prodotto, perché le monocolture richiedono cure particolari e uso di sostanze chimiche, mentre il paesaggio perde in varietà, così come la natura vede un altro pezzetto di biodiversità andare in fumo. Almeno lasciassero il suolo ricoperto d’erba: garantirebbe la presenza di insetti capaci di combattere in modo naturale i parassiti, riducendo il bisogno di fitofarmaci; renderebbe il terreno più permeabile all’acqua, limitando il fenomeno dell’erosione di superficie e conseguente perdita di humus; consentirebbe alle radici di ammorbidire la terra, favorendo una migliore aerazione degli strati inferiori. Quel che vedo, nove volte su dieci, è invece un terreno tristemente liscio, senza neanche un filo d’erba, compattato dal transito dei macchinari, grigio e polveroso: praticamente un deserto. Il suolo, purtroppo, è considerato un mero supporto produttivo nel processo industriale e viene sfruttato fino all’esaurimento della sua fertilità naturale. Non si possiede una visione olistica, complessiva, delle infinite interrelazioni che sussistono fra i suoi elementi, siano essi organismi terricoli, batteri, nutrienti minerali o fattori strutturali, i quali, attraverso un’azione sinergica, tendono naturalmente ad incrementarne la fertilità, se rispettati e lasciati agire in pace.  

Quando avrò terminato i lavori sul mio noccioleto, la luce solare tornerà ad illuminare completamente la terra, su cui inizierà a crescere spontaneamente l’erba. Inizialmente si tratterà di varietà infestanti, di alti e antiestetici arbusti, considerati generalmente “erbacce”, il cui scopo consiste però nel colonizzare i terreni liberi dissodandoli, grazie alle proprie radici fittonanti e preparandoli alle specie che verranno; mi toccherà limitarne la crescita e diffusione, ma nello stesso tempo dovrò permettere loro di svolgere almeno per un po’ quel prezioso lavoro di dissodamento per cui nascono. La speranza è che il suolo possa evolvere naturalmente selezionando da solo, passo dopo passo, tutte quelle varietà erbose che meglio si adattano al clima locale, garantendo nel contempo la presenza di un pregevole tappeto verde gradevole alla vista. Sarà necessario pazientare, però sarà la natura a svolgere il lavoro di inerbimento al posto mio, a modo suo.

Poetry corner

Benedetta stanchezza. Quella forte, che non ti lascia le energie per prepararti la cena e ti permette solo di sorseggiare una birra mentre scrivi un pensiero su Facebook, in attesa che lo stomaco si metta a brontolare davvero. Benedetta stanchezza, seguita ad un lavoro tenace, che dura ormai da settimane e che oggi ha raggiunto il suo culmine. Forse, credo, spero. Una potatura super del noccioleto che mi sta impegnando, affaticando, stressando, appassionando ed entusiasmando molto, che sta convertendo la grezza energia in qualcosa di più fine… in vitalità. Ma benedetta stanchezza, adesso, in questi minuti, con lo sguardo sbarrato e le dita che corrono da sole sulla tastiera. Benedetta stanchezza, limite dell’essere umano, misura delle sue azioni e dei suoi pensieri, finalmente, un centro di gravità. Non tanto permanente, perché fra dieci ore sarò fresco come una rosa e l’avrò dimenticato, ma per ora, quel limite raggiunto attraverso lo sforzo, il sudore, l’impegno caparbio regala, conferisce senso. Benedetta stanchezza, oltre non si può andare.

La perfezione ha sostituito la fatica (ode alla Pigrizia)

La Pigrizia è oltraggiata, insultata, è una puttana derisa, in questo mondo dove il tempo è denaro e chi dorme non piglia pesci. Eppure è il nostro liquido amniotico, l’involucro entro il quale fluttuiamo, il primo ostacolo, tutto mentale, da infrangere, ma non solo. Non scompare mai del tutto, la sconfiggi una prima volta nell’istante in cui ti dedichi all’azione, la tramortisci per un po’, ma lei ritorna dopo, in una nuova veste, in un punto più avanti del tuo cammino: e allora ti segnala il raggiungimento del limite. Ed è un bene. Ti insegna a precedere il senso estremo di fatica,  a non superare mai le colonne d’Ercole dell’agire, oltre le quali c’è il deserto, l’annientamento, almeno per noi, poveri bipedi mortali. “Torna in te”, ti dice. “Non esagerare”, è il suo invito a non commettere il peccato più grave, quello di hybris, l’arroganza. Ad un primo livello è inerzia da sconfiggere, con tutti i benefici che derivano dal tuo passare finalmente – finalmente! – all’azione, distruggendo i fantasmi che affollavano la tua mente e ti impedivano di metterti al lavoro per quello che davvero – davvero! – desideri. Al livello finale si fa senso del limite invece, da rispettare, pena l’annientamento. Il tuo. Inizialmente è una nemica, si oppone a tutto per il solo gusto di farlo, stronza legge immutabile dell’universo, ma all’ultimo stadio si trasforma in un’amica che sa bene come farsi ascoltare.

Sfalcio un po’ di erbacce che confinano con il vigneto del vicino. Ho già sconfitto da un pezzo la Pigrizia negativa, detta anche Inerzia, che ci ostacola nel compiere il Primo Passo, e ne sono felice. Estirpo una buona parte delle erbacce, poi la Pigrizia, ora in veste di amica, interviene e mi previene dall’agire eccessivo: “quelle residue lasciale lì dove sono, non procedere oltre”. Obbedire è naturale, quando sei sotto sforzo e qualcosa ti dice di smettere di stancarti tanto. L’agire umano si limita in questo modo, ogni volta che le azioni sono manuali, muscolari, quindi faticose. Se usassimo qualche mezzo tecnologico, magari un buon decespugliatore, un trattore, un raggio laser, che cosa accadrebbe? Non sentiremmo fatica e la stanchezza non costituirebbe un limite, dato che non la proveremmo, semplicemente. Inseguiremmo, al suo posto, la diabolica perfezione.  Più esattamente, l’idea di perfezione formulata dai nostri cervelli tutt’altro che perfetti. Quelle erbacce residue le rimuoveremmo in un atto di superbia e ferocia. Quel cespuglio al limite del campo verrebbe estirpato dai nostri attrezzi meccanici comandati dalla nostra volontà illimitata. Disegneremmo paesaggi monotoni privi di “imperfezione”, che coincide però – guarda un po’ – con la varietà. Finché la volontà non si scontra con il sudore, non conosce limiti e ciò è pericoloso. A quel punto è come l’avidità, infinita. Imporremmo la nostra visione schematica all’ambiente circostante, depauperandolo e danneggiandolo. E’ proprio il destino di sofferenza che l’umanità meccanizzata sta infliggendo al Pianeta, l’unico habitat che conosce. E lo fa su larga scala, perché non suda più. Conta invece, conta i quattrini incassati, quelli sì illimitati perché il denaro, in fondo, si crea dal nulla, essendo basato su una convenzione. Non esiste per davvero, lo capite, stupidi? Tanto agire per nulla, cretini.

Affronto la “jungla”

Sono a due terzi del noccioleto e l’ultimo terzo più occidentale che devo ancora potare, una ventina di piante in tutto, è quello che versa nelle condizioni peggiori. Da qualche giorno, più che altro per sdrammatizzare e invocare altro coraggio, ho iniziato a definire scherzosamente jungla tale porzione, per via della sovrabbondanza di vegetazione che vi è cresciuta. Lo scenario che si offre al mio sguardo è da guerriglia: dal suolo si innalzano alti e fitti arbusti, mentre dalle chiome eccessivamente folte pendono lunghi rami spezzati e intrecciati al resto, eredità del violento fortunale di qualche giorno prima. Le radici di ogni nocciolo sono assediate da una quantità elevata di polloni, che privano di linfa vitale i tronchi più anziani, soffocati dalle nuove generazioni e condannati perciò a morte certa. I miei movimenti in mezzo a queste creature verdi grandi e contorte sono limitati, perché lo spazio di manovra è esiguo; cerco allora di recuperarne un po’, cominciando ad estirpare le malerbe e raccogliendole in grandi fasci, che disporrò al limite della jungla, lungo il confine con la parte “civilizzata” su cui ho lavorato fino ad ora. Le radici di questi lunghi fuscelli, fortunatamente, cedono senza grandi sforzi e solo in alcuni casi è necessario tirare con più forza, facendo attenzione a non provocare però lo strappo che lascerebbe l’apparato radicale nel suolo. Dopo aver creato un po’ di spazio, scelgo un albero e mi dedico ai rami spezzati rimasti agganciati alla chioma: sfortunatamente hanno dimensioni importanti, pesano e sono molto folti, per cui è difficile maneggiarli. Ne impugno l’estremità a me più prossima ed effettuo una torsione, prima in un verso, poi in quello opposto, fino a quando le ultime fibre che li avevano mantenuti parzialmente connessi alla pianta cedono. Li trascino faticosamente verso l’esterno. Una volta messa in sicurezza l’area di lavoro, mi dedico al taglio dei polloni basali, che raggruppo in grossi fasci verdi. Solo a questo punto guadagno una visione complessiva della situazione, prima impossibile per i troppi ostacoli, e comincio a potare, utilizzando alternativamente le cesoie e la motosega. L’impressione è che la mancanza di luce, dovuta allo sviluppo incontrollato, abbia generato una rincorsa ancora più forsennata in direzione dei raggi solari, che ha causato uno sviluppo esagerato, disordinato ed ora apparentemente inestricabile: è come se ogni pianta fosse impazzita, nella disperata ricerca di quegli elementi di cui ha assoluto bisogno per vivere. Riconosco in questo comportamento una sorta di principio di base a cui ogni essere vivente non può sottrarsi e che persegue a qualsiasi costo: lottare per vivere.

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The pruner – Il potatore principiante (parte 6)

Vite underground

Sto imparando che ogni albero è una sorta di condominio naturale, che offre dimora a più specie di insetti e uccelli. Specialmente i primi, ma non mancano i nidi dei secondi, piccole opere architettoniche solide, durevoli e anche confortevoli, con interni rifiniti in modo da offrire ai pulcini un ambiente addolcito dalla presenza di paglia o foglie secche mescolate a fango essiccato, che impediscono il contatto dei cuccioli con i più duri rametti che compongono la struttura e che potrebbero ferirli.

Per quanto riguarda i primi, invece, le chiome ospitano gli afidi, minuscoli insetti verdi, anche molto carini, diffusi sulle parti vegetali più tenere come le foglie, chiamati anche “pidocchi delle piante” per incutere terrore, e con cui sono sicuro di essere venuto abbondantemente in contatto. Confido nel fatto che le accurate docce serali abbiano liberato la mia epidermide da ogni traccia di questi simpatici esseri, ma se anche così non fosse, non possedendo foglie mi sento abbastanza tranquillo. A meno che i peli non siano considerati appetibili. Un altro ospite – non del mio corpo! – è il ragno. Ne ho visti di tipi diversi, guardiani del territorio e abili architetti di ragnatele ardite, mentre pattugliano i rami. Devono possedere dei radar molto sensibili, perché sono sempre pronti alla fuga non appena fiutano il rischio. Credo di aver provocato molti danni alla comunità locale di ragni, letteralmente segando il ramo su cui si trovavano. Ne ho anche diviso uno perfettamente a metà, con le cesoie e senza farlo apposta, mentre amputavo una fronda: si è trovato esattamente sulla traiettoria del taglio, proprio come lo scoiattolo tranciato in due dalla cupola trasparente nel capitolo iniziale di “The dome”, romanzo recente di Stephen King (2009). Immancabili poi le classiche formiche, sempre operose e con una spiccatissima attitudine al lavoro di gruppo: le rintraccio praticamente ovunque, non moltissime ma in movimento perpetuo che va dalla chioma alle radici. Ed è qui, in basso, che osservo le cose più interessanti. Qui dove l’umidità è più elevata che altrove, anche nei periodi più siccitosi, quando una quantità minima d’acqua è sempre presente. Qui dove l’ombreggiatura continua protegge il suolo dai raggi solari e, sotto il mantello di foglie morte, avvengono delle “strane” trasformazioni. Ho visto vecchi tronchi mozzi diventare terra, dopo essere stati la dimora di numerosi insetti, vermi e forbicine, che avevano scavato nel legno marcio i loro cunicoli, accelerandone il processo di decadimento. Inizialmente, dopo avere scoperchiato uno di questi vecchi legni putrescenti, sono rimasto inorridito, ritenendo che questo costituisse un segnale definitivo della prossima morte certa della pianta. Invece mi sbagliavo: quei tronchi ormai privi di linfa nutrono, scomponendosi progressivamente, l’intero albero e, attraverso l’effetto combinato di umidità, ombra e il lavoro indefesso degli organismi terricoli che vi si insediano, si trasformano in favoloso terriccio ricco di humus. Ma come, stai dicendo che le parti morte della pianta nutrono la pianta stessa? Proprio così. Ed il classico buon odore di sottobosco ne è la conferma. Evviva il cannibalismo vegetale. Senza dimenticare i funghi, comunque non commestibili.

Scaletta musicale

Come già accennato, porto con me un tablet il cui unico scopo è riprodurre musica per gran parte del tempo, quello in cui la motosega rimane spenta e io mi dedico al taglio manuale, oppure alla pulizia dei tronchi dalle ramaglie, alla rimozione delle erbacce infestanti e tutto ciò che non produce particolare rumore. Nella sua memoria a stato solido sono memorizzate le canzoni di diversi artisti: colgo l’occasione per ringraziarli uno ad uno, dato che grazie alla loro musica ritrovo, nei momenti di particolare stanchezza, la grinta, le emozioni e le motivazioni che mi permettono di procedere comunque, recuperando quell’entusiasmo che mi riconnette con l’obiettivo finale: rendere questo noccioleto un luogo bello, dove poter stare, passeggiare, osservare, costi quel che costi.

Grazie dunque a: Alice Cooper, Chris Cornell, Depeche Mode, Jeff Buckley, Lucio Dalla, Oliver Onions, Maurizio Solieri,  Soundgarden, The Police e a una selezione di autori di canzoni royalty free scaricate da YouTube. Vi ho ascoltato così tanto che non voglio più avere a che fare con voi per i prossimi 563 anni. Scherzo, dai. Solo sul fatto di non volervi più sentire.

Inconvenienti atto II – il fortunale

Mancano pochi giorni a Ferragosto. Il tempo nelle ultime settimane è stato molto caldo, con massime ben oltre i 30°C accompagnate ad umidità elevata: condizioni ideali per l’innesco di temporali molto forti, che non tardano a manifestarsi. L’energia in gioco è tanta ed il fronte temporalesco avanza compatto e minaccioso verso il Roero, come un esercito sanguinario determinato a seminare il panico ovunque. A metà pomeriggio il cielo diventa scuro, la luminosità crolla e iniziano a sentirsi i tuoni. Sto operando con le cesoie ai piedi di un grande nocciolo, concentrato a tagliare i troppi polloni che assediano le sue radici, quando iniziano a cadere le prime, spesse gocce di pioggia. In un attimo le precipitazioni incrementano la propria forza, obbligandomi a riparare frettolosamente in casa. Avviene tutto molto velocemente, con fortissime raffiche di vento che hanno la forza di piegare le chiome dei noccioli di ben novanta gradi nelle fasi più intense. Osservo sbalordito lo spettacolo dalla finestra del salotto, che si affaccia proprio sulle piante oggetto delle mie recenti cure, e a tratti provo anche un po’ di paura. Il tutto dura una manciata di minuti e i millimetri di pioggia caduti saranno appena sette: non tanti, ma pur sempre sette litri d’acqua per metro quadro che andranno ad alleviare la crescente sete della vegetazione. Poca acqua, dunque, ma purtroppo molti danni: terminato il fortunale, da un rapido giro di ricognizione prendo atto degli effetti delle raffiche di vento più intense; nella zona potata recentemente, conto soltanto due rami spezzati, e mi rallegro; ma in quella rimanente, purtroppo, lo scenario che si presenta è sconfortante, con numerosi rami spezzati, anche grossi, a formare un groviglio a tratti inestricabile.

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The pruner – Il potatore principiante (parte 5)

Terapia intensiva

La sopraggiunta consapevolezza mi aiuta a formulare un’idea a proposito dell’aspetto che dovranno assumere gli alberi, una volta potati. La maggior parte di essi è compromessa, per via della completa assenza di armonia fra i tronchi vecchi e quelli nuovi: mi ricordano i centri storici di alcune città pesantemente bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui il tessuto urbanistico originale è stato seriamente danneggiato e gran parte degli edifici superstiti sono stati affiancati, durante la successiva ricostruzione, da anonimi casermoni moderni innalzati senza il minimo riguardo per il contesto. Sarebbe bello dunque rimuovere del tutto le sezioni più recenti  e ripartire da lì, ma questo provocherebbe un vero e proprio sterminio dei giovani fusti. Inoltre rimarrebbe ben poco, perché i vecchi tronchi in molti casi non versano in condizioni ottimali: il resto della pianta che vi è cresciuto attorno, nella disperata ricerca di luce provocata dall’infittirsi incontrollato delle chiome, li sta soffocando, uccidendoli lentamente. Nonostante questo, la riprogettazione di ogni singolo cespuglio, termine comunque riduttivo dato che si raggiungono anche i 7-8 metri di altezza, si rivela interessante e perfino creativa. Nella maggioranza dei casi mi trovo di fronte ad una situazione alquanto intricata e, prima di prendere decisioni definitive a proposito di ciò che può rimanere e ciò che invece dovrò rimuovere, effettuo il taglio di rami palesemente fuori posto, come quelli che puntano verso l’interno della pianta, quelli che si intersecano con altri in una competizione all’ultimo sangue, quelli secchi, danneggiati o dalle forme eccessivamente contorte. Una volta sgombrato il campo, per quanto sia stato possibile, osservo l’intera struttura da più angolazioni e individuo cosa salvare e cosa no: solo allora entro in azione. La tendenza che si manifesta naturalmente con il proseguire dei lavori consiste nell’individuare il nucleo principale e lasciare, attorno ad esso, pochi polloni dalle caratteristiche appropriate, eliminando tutto il resto.

A circa metà noccioleto ho messo a punto strategie diverse per situazioni molto differenti. Mi sono reso conto che ogni pianta è un mondo a sé, con una situazione di partenza sempre nuova; purtroppo la maggior parte di esse ha un apparato radicale molto esteso, data l’età, e, per restituire compattezza al cespuglio, sono costretto a segare buona parte dei tronchi, lasciando intatti solo quelli vicini, addensati attorno ad un nucleo, e dalla conformazione corretta. In altre circostanze non ho fortunatamente bisogno di essere tanto drastico, in quanto la caratteristica forma a calice si è sostanzialmente preservata e mi limito perciò a sfrondare dove necessario.

Diabolica routine

Sveglia digitale alle 8, oppure sveglia spontanea fra le 6.30 e le 7: per cause per me insondabili,  e nonostante la stanchezza, mi capita a volte di aprire gli occhi ben prima che la suoneria elettronica si attivi. E quando questo accade, percepisco di essere pronto, pieno di energie, determinato a trascorrere una nuova giornata da potatore e boscaiolo. Dalla mia camera, la prima azione che compio consiste nell’affacciarmi dalla finestra per stabilire immediatamente un contatto visivo con il noccioleto in trasformazione. I raggi del sole inclinati delle 7 del mattino sfidano le chiome degli alberi e, trapassando le fronde già sfoltite, giungono a baciare il terreno, scaldandolo, e diffondendosi, avviluppando lievemente ogni cosa e imprimendo al sottobosco una tenue e calda tonalità compresa fra il giallo ed il rosa. La magia è in corso. Osservo con stupore un picchio (com’è piccolo, lo immaginavo più grande) mentre agita la testolina come una rockstar che si esibisce sul palcoscenico davanti alla folla e poi inizia a  colpire ripetutamente la corteccia, producendo una serie di piacevoli toc soffocati. Alcuni uccellini cinguettano, svolazzano velocissimi da un ramo all’altro, rincorrendosi in una danza giocosa e frenetica. Una lucertola alla base di una pianta si gode saggiamente la prima luce del giorno. Prima non potevo vedere tutto questo, perché era nascosto dalla jungla.

Scendo in cucina, posiziono la caffettiera sul fornello acceso, riempio la tazza di latte e trasferisco sul tavolo il contenitore con i biscotti fatti in casa: pasta frolla con aggiunta di scaglie di cocco e pepite di cioccolato. Ne bastano quattro o cinque per avvertire sazietà ed appagamento. Mi lavo, poi recupero i pantaloncini e i calzini stesi ad asciugare dalla sera prima e scendo le scale.

L’attrezzatura che conduco con me al “cantiere” comprende gli strumenti da lavoro e qualche piccolo conforto: cesoie, motosega, guanti, tablet per ascoltare musica, bottiglia d’acqua, stivali. Faccio il pieno alla motosega ogni mattina: riempio il serbatoio della miscela e quello dell’olio per la catena, verificando anche la tensione di quest’ultima, per scongiurare il rischio che si sfili durante l’utilizzo.

Una volta all’opera, scelgo un albero ed inizio con la potatura manuale, a cui segue in genere un intervento più invasivo con la motosega. Alterno le fasi di taglio con quelle di riordino, in cui sgombro il campo dagli scarti, raggruppando le ramaglie e i tronchi in cumuli differenti. Vado avanti così per tutto il giorno, resistendo alla temperatura, agli insetti, alla fatica crescente, ma concedendomi pause rinfrescanti in cui mi bagno testa, braccia e torso con la vicina pompa dell’acqua e contemplo fieramente l’avanzamento dei lavori.

Fra le 18 e le 19 torno a casa, generalmente stravolto. Ogni sera, senza eccezioni e senza esagerare. Eppure, anche se sono prostrato nel fisico, anche se i muscoli invocano pietà, nonostante i tendini e i nervi inviino laceranti impulsi elettrici al cervello, anche se avanzo con passo quasi claudicante, rilevo una clamorosa impennata dell’umore e nell’energia interiore. Mi sento vivo. E’ come se avessi convertito l’energia grezza consumata dal corpo in vitalità. Mi sento bene ma a malapena ho la forza di concedermi una doccia e preparare la cena.

Intorno alle 23, comunque, inequivocabilmente crollo. Raggiungo il letto e chiudo gli occhi, sprofondando istantaneamente in un sonno pesantissimo.

I giorni fotocopia l’uno dell’altro si susseguono così per tutto il mese di agosto.

Inconvenienti atto I – La schiena si ribella

Dopo una decina, o forse un di più, di giorni di fatica ininterrotta, sopraggiunge il primo guaio. A furia di stare chinato e di trascinare tronchi, sollevare pesi e forse anche a causa degli stivali di gomma che calzo, una sera, quando sto per coricarmi, avverto improvvisamente un forte dolore alla schiena, che si intensifica nelle ore successive, rendendo impossibile prendere sonno fino a notte fonda. Ad un certo punto è talmente intenso da impedire qualsiasi movimento e anche il semplice atto di rigirarmi nel letto mi fa male. La parte coinvolta è infiammata e l’incendio sta vivendo il momento più acuto. Intorno alle 3 di notte, però, il peggio è passato e riesco finalmente a rilassarmi e ad addormentarmi.

Il giorno dopo non posso compiere sforzi e ne approfitto per dedicarmi ad altro, per la prima volta da un po’. Alla sera, nel letto, il dolore si riacutizza; probabilmente proprio a causa della posizione assunta, ma fortunatamente non raggiunge i livelli patiti ventiquattro ore prima. Al mattino, appena sveglio, il dolore si è trasformato in una sensazione marcata di indolenzimento: il peggio è probabilmente passato ma mi auto-prescrivo un’ulteriore giornata di riposo. Eppure, nel pomeriggio, contravvengo alla decisione presa poche ore prima e torno testardamente a lavorare. Ho infatti avvertito chiaramente la sensazione di poterlo fare, una specie di semaforo verde interiore che mi ha autorizzato a procedere, pur con cautela. Rischio una ricaduta e lo so bene, per questo presto particolare attenzione al tipo di movimenti che compio. Quando si tratta di chinarmi, ad esempio, piego bene le gambe mantenendo la schiena diritta, senza fletterla, e mi rendo conto, osservandomi, di quanto ci si muova goffamente, sforzando inutilmente il corpo, nella quotidianità, e quanto queste cattive abitudini ci rendano vulnerabili non appena, per qualsiasi motivo, l’intensità degli sforzi richiesti aumenta. Chiediamo continuamente al nostro fisico di adattarsi non tanto alle condizioni esterne, che possono anche rivelarsi oggettivamente impegnative per intervalli più o meno lunghi, quanto piuttosto alle nostre pessime abitudini. Camminiamo male trascinandoci ed incurvandoci, manteniamo posizioni scorrette quando siamo seduti, abbiamo in generale una scarsa percezione del nostro corpo, degli arti e delle articolazioni, solo perché tutto sommato stiamo bene, dando per scontato il loro perfetto funzionamento; ma quando il dolore sopraggiunge, può potenzialmente rivelarci quale dei nostri comportamenti sbagliati ha messo in crisi il sistema. La prova del fatto che non sappiamo muoverci bene, che tutto sommato continuiamo a farlo esattamente nello stesso modo in cui lo faceva l’infante che siamo stati, che imparava per istinto, si rileva osservando quanti movimenti, gran parte dei quali è superflua, compiamo per svolgere una semplice operazione. Facciamoci caso, ad esempio quando saliamo una rampa di scale, prestando attenzione alla postura assunta, molto probabilmente simile a quella di uno scimpanzé: ci chiniamo in avanti, incurviamo le spalle, annaspiamo con le braccia come se stessimo affogando, chiniamo la testa verso il basso. Invece soltanto le gambe dovrebbero lavorare, in quanto le uniche ad essere direttamente coinvolte, e tutto ciò al di sopra della vita potrebbe tranquillamente continuare a mantenere il precedente assetto: il busto rimanendo eretto ma rilassato, le braccia distese lungo i fianchi, la testa rivolta in avanti e gli occhi  liberi di guardare verso il basso, per controllare la sequenza dei passi. Dovremmo imparare di nuovo a muoverci, perché per gran parte lo abbiamo fatto quando eravamo troppo piccoli e seguivamo rozzamente l’istinto; la buona notizia è comunque che c’è ampio spazio di miglioramento.

Quanto a me, la sensazione di poter tornare in campo, quel semaforo verde vincolato alla promessa di agire con cautela, si rivela autentica, perché dopo poche ore e qualche sforzo un po’ rischioso, magicamente il dolore alla schiena scompare del tutto e non tornerà più.

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Domenica

Domenica, 5 luglio 2020

Il mese di luglio, nelle Langhe luminose, è davvero caldo ed il sole di mezzodì infierisce implacabile sulle vigne, surriscalda l’asfalto e fa tremare l’aria a contatto con il suolo. L’ombra scarseggia in tutte le aree di bassa quota, quasi interamente consacrate alla coltura della vite e del nocciolo; l’intensa radiazione luminosa si riverbera sulle facciate delle basse abitazioni dai tenui colori pastello che puntellano i morbidi versanti collinari. Il motore della mia autovettura ronfa placido ad un basso numero di giri; dai finestrini abbassati entra una brezza rinfrescante e profumata. Oggi è uno di quei casi, piuttosto rari, in cui ho preferito il mezzo a motore alla bicicletta: forse per pigrizia, o forse perché, semplicemente, ho intenzione di compiere un giro piuttosto ampio nell’arco temporale di un solo pomeriggio; ma anche perché non amo pedalare in condizioni così soleggiate. Ritengo infine di essermi guadagnato un credito di Co2 da immettere in atmosfera: non prendo un aereo da 8 anni e, lavorando da casa, ho ridotto al minimo gli spostamenti. Oggi, dunque, la pecora nera torna nel gregge e, come tutti, sceglie di bruciare un po’ di combustibile fossile per futili motivi.

La torre squadrata di Murazzano, borgo montano a 750 metri di quota, spicca dalla sommità del colle su cui si raccoglie il paese di pietra. L’ultima volta in cui vi sono passato è stato 4 anni fa, in una traversata ciclistica di quasi 200 km, percorsi da Torino a Finale Ligure in appena un giorno. I ricordi di quell’impresa certamente disperata, ma anche molto appagante sotto il profilo paesaggistico, avventurosa e in definitiva gratificante, rischiano di mortificare l’esperienza odierna, meno intensa: scaccio quindi la tentazione di ripercorrere mentalmente l’epica cavalcata su due ruote di quattro anni fa e provo a lasciarmi andare, imitando il flusso di turisti che ha preso d’assalto la piccola località. I “buoni” propositi durano poco però: la vista della piazza addobbata a festa, con le bandierine multicolore che sventolano, i dehors, i negozietti e le locande piene, con la radiocronaca di un evento sportivo sparata a tutto volume, mi scoraggia. Provo a fermarle, ma le mie gambe scelgono da sé la direzione puntando decise su una stradina secondaria dall’andamento sinuoso, poco frequentata e anche un po’ noiosa. Mi ritrovo presto in “periferia”, dove l’unico incontro è con un felino grazioso e vanitoso che, nei pressi di un ombroso pergolato, si mette in posa davanti alla macchina fotografica, omaggiando l’obiettivo con il proprio profilo assorto e pigramente contemplativo.

Il ricetto, una matassa di abitazioni distribuite attorno al maniero ormai scomparso, è semplicemente delizioso. Le strade più esterne sono dei balconi da cui ammirare il vasto e ameno paesaggio collinare langarolo incorniciato dal profilo importante delle Alpi Marittime, ricoperte di boschi che, purtroppo, si interrompo innaturalmente in corrispondenza delle piste da sci. Cammino fra alcune dimore nobiliari come lo splendido Palazzo Tovegni, risalente ai primi del Novecento e caratterizzato da uno stile eclettico, in cui la facciata bianca come la calce si ispira a canoni architettonici norvegesi: spicca sulle abitazioni circostanti grazie alla mole importante, fronteggiando un sole che ha iniziato da poco la propria parabola discendente ad occidente. Un paio di opulente chiese barocche, i cubetti di porfido che fanno da pavimentazione, freschi e rigogliosi giardini pensili delimitati da antichi fienili, fioraie variopinte che impreziosiscono i balconi, alcuni floridi esemplari di palme e giungo alla torre, purtroppo trasformata in set fotografico da nugoli di turisti che, evidentemente, non hanno mai visto una simile struttura, anche se il territorio nazionale ne è disseminato. Proprio allora le gambe riprendono il controllo e mi conducono, con piglio autoritario, al Santuario della Madonna di Hal, all’estremo opposto del centro abitato, affiancato da una delle porte sopravvissute dell’antica cittadella, nei pressi del quale sorge anche il vecchio ospedale.

Perdo quota e latitudine con lenta progressione, inanellando una serie infinita di curve affrontate in perfetta souplesse. Non ho alcuna intenzione di pestare sull’acceleratore e non supero i cinquanta all’ora. La mia andatura pigra e pastosa fa spazientire qualche automobilista, che mi sorpassa al primo accenno di rettilineo mostrandosi aggressivo e goffo allo stesso tempo.  Scendo fino a Ceva, incastonata fra le pieghe dei rilievi boscosi circostanti, e percorro un tratto della statale per Savona fermandomi nei pressi di un luogo senza tempo: Priero. E’ uno di quei posti in cui si rintracciano abbondanti tracce di autenticità, capaci di fare impallidire quelle ravvisabili nella pur bella Murazzano: è un borgo compatto, riconoscibile anche da lontano grazie alla leziosa torre circolare, situata nei pressi di una delle due estremità dell’asse centrale su cui sorgono allineati gli edifici medioevali con i portici bassi che “spanciano”, in cui l’ampiezza dell’arco è nettamente superiore all’altezza dello stesso e la camminata si colloca, per buona parte, al di sotto del piano stradale. Al loro interno si affacciano alcuni negozi e pesanti portoni in legno massiccio borchiati in ferro. Silenzio e assenza quasi completa di attività umane: Priero è la bella addormentata fra i boschi. Il traffico veloce scorre lontano, risucchiato dall’autostrada. Mi muovo a passo felpato fra i suoi vicoli e vengo investito dalle folate di aria gelida che provengono dalle feritoie delle cantine e dagli umidi locali al pian terreno delle abitazioni: zaffate che sanno di antico e di muffa. Per l’intera durata della visita, le uniche voci sono quelle di due comari che non riesco a scorgere: saranno sedute su una panchina nascosta da una colonna, al riparo di uno di quei freschi portici incassati. Ad un tratto, mentre scatto alcune foto ad un edificio diroccato, un bambino in bicicletta, dai folti capelli scuri come inchiostro e la corporatura robusta, mi saluta: “Scialve”. “Sciao”, è la mia risposta. Priero è così: ti manda in orbita. Ti allontana da tutto, dal tuo tempo e dallo spazio. A Priero perdi i riferimenti, fino a smarrire l’identità. Cominci a dubitare dell’epoca in cui vivi, della geografia in cui ti muovi, e infine di te stesso. Cammini per quelle strade medioevali e deserte, che odorano di stantio, e dimentichi chi sei, o chi credi di essere. Vacilli,  e non te ne accorgi fino a quando non ti ritrovi a fotografare i pochi esseri viventi in cui ti imbatti: alcune galline  ed un cactus alto quasi due metri in un cortile assolato. A tal punto comprendi di essere preda di un incantesimo, provi a ridestarti e, senza far rumore, ti avvii verso l’uscita, o meglio dire scappi, come un fuggitivo timoroso di essere sorpreso, che approfitta dell’oscurità per non destare attenzione. Non prima di aver immortalato da vicino, però, la torre circolare e l’antico mulino con la ruota arrugginita nelle sue vicinanze, al limitare di una piccola prateria incolta, dove rischi di incontrare fate, folletti e spiritelli diabolici.

Alla rotonda prendo per Sale San Giovanni, il paese della lavanda. Ne ho sentito parlare e già questo è un brutto segno: al giorno d’oggi, se si sente troppo di qualcosa, si tratta quasi sicuramente di un qualche fenomeno di massa. E’ proprio così in effetti: al termine di alcuni tornanti entro nel parcheggio, allestito su un prato in leggera pendenza sacrificato allo scopo. I campi di lavanda sono raggiungibili solo a piedi, al termine di passeggiate anche molto gradevoli, se non fosse per i troppi turisti che le affollano. Mi dirigo verso quello più prossimo, 500 metri di transumanza al fondo dei quali cresce in filari il profumato arbusto, che però pare avere l’aroma della camomilla. L’area è delimitata da un basso recinto eppure, nonostante i divieti, i visitatori scavalcano, in preda all’irrefrenabile desiderio di finire immortalati in qualche scatto da condividere sui social network, sorridenti e circondanti da un mare di fiori violetti. Un sentiero consente di percorrere il periplo del campo: la maggior parte delle persone lo affronta in senso antiorario; io, senza farlo apposta, circumnavigo in senso orario. Ho quindi la possibilità di apprezzare, oltre alla lavanda, i volti stupefatti, anche se non comprendo il motivo di tanta sorpresa. Ascoltare i dialoghi, però, chiarisce almeno in parte: “Abbiamo mangiato tantissimo, 45 euro in due, stinco di maiale e patate a volontà”. E’ quello che una ragazza robusta racconta agli amici, molto interessati, mentre il compagno annuisce serio. “Caspita, 45 in due è buooonooo!”,  è la risposta.

La chiesetta con le lapidi si erge sul vicino poggio. Ci vado, e per andarci rinuncio ad una sosta presso il chiosco che vende birra fresca. Calpesto l’erba verde e tenera: qui non viene nessuno. L’ultimo defunto è stato seppellito settant’anni fa. Le pietre incise sono anche un po’ storte, probabilmente il terreno smotta lentamente verso il basso. Inspiro a fondo, mi guardo attorno, mi metto in ascolto. Infine mi avvio verso l’uscita ed incrocio due visitatori: hanno lo sguardo gentile e curioso, sembrano camminare in punta di piedi. Sono diversi. Torno al parcheggio: il prato è quasi scomparso, è diventato ormai terra battuta. Spalanco la portiera e mi accomodo nell’abitacolo. Abbasso i finestrini, effettuo mezzo giro di chiave e riparto. Mi lascio cullare dal susseguirsi di curve, con le rotoballe di fieno che sfilano e le morbide foraggere ai margini della statale. Le ombre si allungano, mentre automobilisti spazientiti mi superano. Dogliani, Coca Cola al bar, Bra, attenzione agli autovelox, Alba, casa, finalmente. Entra in scena il tramonto, il cielo si puntella di astri, ho fame e sono accaldato. Guardo in alto, affronto le scale, la chiave nella toppa, sono dentro.

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